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Lavoro

IL CASO/ Il "muro" del ’68 toglie il lavoro ai giovani

Come si può evocare una sorta di “patto generazionale”, quando sono proprio i padri quelli che stanno nel concreto penalizzando i figli? GIANNI ZEN analizza la difficile situazione italiana

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La nascita di un nuovo governo di solito viene seguita con un’attenzione particolare, mista di diffidenza e di speranza. Al di là della sua composizione e dei suoi protagonisti. Perchè, oramai lo sappiamo bene, non bastano le promesse, né le buone intenzioni. Contano i fatti, le scelte concrete, le decisioni che verranno prodotte, le innovazioni che risulteranno. Unica panacea nei confronti del generale disorientamento, se non di vero e proprio scetticismo. Questo vale soprattutto oggi, viste le difficoltà, i limiti di investimento, le aspettative. Saprà, in poche parole, il governo presieduto da Enrico Letta corrispondere alle tante attese?

Detto in altri termini, al di là delle opzioni politiche e delle scelte dei vari partiti, oltre le facili promesse della campagna elettorale: sarà la volta buona per quelle “riforme strutturali” capaci di guidare il cambiamento in ordine alle nuove esigenze, soprattutto, delle giovani generazioni? Capaci di alimentare una speranza di futuro, in termini di reali opportunità? Sapendo che la formazione è e sarà sempre il cuore di qualsiasi scelta?

Enrico Letta, nel suo discorso alla Camera, ha parlato di “coraggio della verità”. L’aveva fatto anche Mario Monti al momento del suo insediamento, e poi abbiamo visto com’è andata a finire. Che cosa implica questo “coraggio”? Significa partire dai risultati, confrontarsi sulle reali opzioni, non sulle sole intenzioni, oltre le vecchie abitudini, quelle che hanno fatto esplodere, in questi ultimi decenni, una retorica dei diritti senza responsabilità, la stessa che ha prodotto quel grande fardello, il debito pubblico, che è la vera eredità che lasciamo ai nostri figli e nipoti.

Oggi quel “coraggio della verità” deve essere visto come il primo investimento di un Paese che non si rassegna alla decadenza. Senza perdersi nelle chiacchiere (se ne sentono già troppe nelle trasmissioni tv), sono la scuola e le leggi sul lavoro il vero terreno di quel cambiamento, come esercizio delle pari opportunità, quindi di mobilità sociale, di condivisione dei bisogni di conoscenza e di partecipazione sociale. Se vogliamo, queste esigenze sono già scritte in Costituzione. Ma la loro interpretazione, negli anni, ne ha fossilizzato gli effetti, figli di una stagione (il ’68) che ha imposto letture sociali fatte di cooptazione, rendite di posizione, di negazione del talento e del merito. Quante risorse pubbliche sprecate, negli ultimi decenni, per difendere il finto egualitarismo, la retorica, appunto, del “diritto di avere diritti”. Senza una corrispettiva “etica della responsabilità”.

Nei giorni scorsi Enrico Letta ha parlato di “più lavoro per i giovani”, come uno dei punti centrali dei primi 100 giorni del suo governo. Il che potrebbe significare detassare i contratti, oppure come rendere concreta una sorta di “staffetta generazionale”. Palliativi, speranze concrete? Non bastano. Pensiamo qui a tutto il mondo del lavoro, in ordine soprattutto a una domanda: se è vero che negli ultimi anni il nostro Paese si è imposto come seconda realtà manufatturiera europea, quali possono essere le scelte “strutturali” in grado di difendere questo preziosissimo tessuto produttivo e occupazionale? Parliamo sempre più, per questi aspetti, di innovazione, di start up, di made in Italy, di nuove sinergie, di forme di detassazione, ecc. Si tratta di vedere, sempre nei primi 100 giorni, che cosa riuscirà a mettere in campo il governo Letta.