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RIFORMA PENSIONI/ Brambilla: 62 anni e 35 di contributi, diamo il via alla flessibilità

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Non esiste un paese tra i 27 dell’Ue in cui si chiedano, per andare in pensione, 45 anni di anzianità contributiva. Un conto, infatti, è indicizzare le pensioni alla speranza di vita; altra, è indicizzare all’aspettativa di vita persino l’anzianità contributiva.

 

La flessibilità potrebbe rimediare alla situazione e, contestualmente, fare in modo che il sistema rimanga finanziariamente sostenibile?

La flessibilità, di per sé, è un valore. Quando scrissi la riforma Dini assieme a Tiziano Treu e Gianni Geroldi, e allo stesso Dini, decidemmo di introdurla, consentendo l’uscita dal rapporto di lavoro tra i 57 e i 65 anni. Contestualmente, introducemmo i coefficienti di trasformazione. La stessa cosa si può fare oggi, con una forbice compresa  tra i 62 ei 72 anni. A patto, che si abbiano almeno 35 anni di contributi e che la pensione risulti almeno una volta e mezza l’assegno sociale.

 

Come valuta l’ipotesi della staffetta generazionale?

Tecnicamente, è estremamente complicata, ma si può realizzare: lo stipendio è legato all’effettiva prestazione; l’onere dei contributi, invece, deve essere ripartito tra lo Stato, l’azienda e il lavoratore. Se al posto di queste persone l’azienda prende un giovane che guadagna, mediamente il 25-30% in meno, i conti possono tornare. In tal senso, un progetto molto valido era stato presentato a suo tempo da Francesco Micheli per conto di Banca Intesa. Prevedeva un approdo graduale alla pensione: a chi mancavano 5 anni dall’ottenimento dell’assegno si consentiva, il primo anno, di lavorare un giorno in meno, quello successivo due giorni in meno e così via.

 

(Paolo Nessi)

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