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RIFORMA PENSIONI/ Brambilla: 62 anni e 35 di contributi, diamo il via alla flessibilità

Secondo ALBERTO BRAMBILLA, le ipotesi allo studio del premier Letta e del ministro Giovannini sono, di per sé, fattibili, anche se tecnicamente estremamente complicate

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All’epoca, la definizione di una nuova normativa previdenziale era considerata un pegno necessario da pagare all’Europa e ai mercati finanziari per evitare la catastrofe. La politica agiva sotto il timore dello spread. Tuttavia, anche mentre la riforma delle pensioni veniva scritta, in molti speravano che il governo successivo si facesse carico di modificarla. Sospesa temporaneamente l’eccessiva preoccupazione per quello che pensano di noi gli stranieri, il governo pare effettivamente intenzionato a porre rimedio ai danni provocati dalla legge Fornero. Il premier Letta e il ministro del Lavoro Giovannini stanno studiando, anzitutto, un metodo per consentire di scegliere quando andare in pensione, entro una forbice compresa tra i 62 e i 70 anni: chi va prima, sarà leggermente penalizzato, chi va dopo, otterrà degli incentivi. Inoltre, si sta verificando la fattibilità della cosiddetta staffetta generazionale: il lavoratore anziano accetta un part time e l’azienda assume un lavoratore giovane. Sullo sfondo, resta sempre l’emergenza sociale degli esodati. Abbiamo fatto il punto sulla situazione con Alberto Brambilla, esperto di previdenza ed ex sottosegretario al Welfare dal 2001 al 2005.

Cosa pensa delle opzioni di cui si parla in questi giorni?

Anzitutto, va sanata la questione degli esodati. Capisco che ci spossano essere problemi di natura economica, ma se lo Stato ha fatto delle regole e il cittadino si è comportato in base a esse non può essere proprio lo Stato a disattenderle. Lo stesso si dica per i pagamenti delle pubbliche amministrazione alle imprese. Si tratta di una questione, anzitutto, morale. Se i Comuni non hanno soldi per pagare le aziende, che facciano meno rotonde o dossi per rallentare il traffico. E che si taglino tutti quelli con meno di 500 abitanti. Non è più accettabile che più di mille amministrazioni abbiano tali dimensioni, su un totale di circa 8.800. D’altro canto, la logica suggerisce che ostinarsi a non pagare le imprese si ripercuote sulle stesse pensioni.

In che senso?

Se l’impresa chiude perché non ottiene ciò che gli spetta, lo Stato gode di un gettito minore e per pagare le prestazioni previdenziali non può fare altro che indebitarsi ulteriormente.

Cos’altro non va nella riforma?