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Lavoro

RIFORMA FORNERO/ I "guasti" che rendono inutili le modifiche di Giovannini

Nel mercato del lavoro, il governo di Enrico Letta intende affrontare quattro grandi punti che riguardano la Riforma Fornero. Il commento di FRANCESCO GIUBILEO

Enrico Giovannini (InfoPhoto)Enrico Giovannini (InfoPhoto)

Nel mercato del lavoro, il governo Letta intende affrontare quattro grandi punti che riguardano la Riforma Fornero. A mio avviso, seppur parte di questi punti raccolgono le richieste della domanda di lavoro, è forte il rischio di non ottenere risultati in termini di contrasto alla disoccupazione e non si può escludere che tali modifiche peggioreranno la situazione occupazionale dei cosiddetti “precari”. In tal senso, come in parte è avvenuto già con le precedenti riforme, si vuole incidere sul sistema regolamentare del nostro mercato del lavoro perché è l’unica voce che non costa in termini di risorse economiche.

Andiamo con ordine. La prima proposta è quella di riduzione degli intervalli di tempo obbligatori tra un contratto e l’altro (oggi 60/90 giorni). Tale riduzione, significa tornare alla situazione prima della Riforma Fornero.Il forte rischio è quello di disincentivare completamente il datore di lavoro all’eventuale assunzione a tempo indeterminato. Il rischio è quello di avere un numero molto alto di lavoratori di “Serie B”, perennemente “atipici”, ovvero con il costante desiderio di passare al “contratto standard”, analogamente a quanto accade in Spagna, dove un numero molto alto di 40enni ha lo stesso contratto “atipico” che aveva 20 anni fa, costituendo una delle generazioni più colpite dalla crisi economica.

In realtà, la discussione sull’intervallo è secondaria e vincolata al secondo punto, ovvero la revisione del cosiddetto “causalone” (l’idea di cancellare definitivamente le specifiche ragioni tecniche/organizzative/produttive che giustificano il ricorso a contratti flessibili). I rischi in questo caso sono effettivamente “devastanti”. Dato l’eccesso di offerta di lavoro (ovvero dei disoccupati), le imprese possono facilmente sostituire i lavoratori piuttosto che attendere la fine dell’intervallo. Questo avviene già in molti call center presenti in Italia, dove l’eliminazione della causale e l’uso improprio di alcuni fondi bilaterali creano un circolo vizioso in cui la formazione ai disoccupati diventa un business delle imprese stesse.

Anche il terzo punto, ovvero la revisione dell’apprendistato, pone non pochi problemi. A parte il fatto di stabilire un record: tre revisioni in tre anni; nel 2011, il contratto di apprendistato a tempo indeterminato è stato il frutto di un lungo e faticoso accordo tra imprese e sindacati. Tuttavia, questo accordo è stato modificato nel 2012, rendendolo un contratto complesso e comunque attualmente poco concorrenziale rispetto agli attuali stage o tirocini. Il rischio è che una nuova riforma dia definitivamente il colpo di grazia a uno strumento che nella realtà non vede il piccolo bottegaio trasmettere il sapere, ma piuttosto la grande distribuzione utilizzare l’apprendista come Addetto al reparto (scaffalista) mascherato da “Carriera Vice-direttore nel supermercato”.