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Lavoro

NAPOLITANO E UE/ Il salvataggio del lavoro che fa a meno delle leggi

Giorgio Napolitano (Infophoto)Giorgio Napolitano (Infophoto)

La Commissione europea ricorda anche la piaga della disoccupazione giovanile che ha raggiunto il 37% alla fine del 2012. Sia il conseguimento della laurea che il tasso di occupazione per giovani laureati sono tra i più bassi in Europa, il che dimostra che le competenze dei giovani laureati sono di scarsa rilevanza per il mercato del lavoro italiano (anche se, a conferma della validità della nostra istruzione universitaria, i giovani laureati italiani vanno fortissimo all'estero). Pur moderatamente in calo, rimangono alti i tassi di abbandono scolastico. Uno degli elementi chiave della difficoltà del sistema istruzione, è la professione dell'insegnante, attualmente caratterizzata da un unico percorso di carriera che offre prospettive limitate in termini di sviluppo professionale. La partecipazione delle donne al mercato del lavoro resta debole e il divario di genere occupazionale è uno dei più alti in Europa. Il rischio di povertà e di esclusione sociale sono marcatamente in aumento, mentre il sistema di protezione sociale è sempre più difficoltà a far fronte a questi bisogni, perché troppo concentrato sulla spesa pensionistica.

Tuttavia, finalmente, l'uscita dalla procedura per deficit pubblico eccessivo, significa che l'Italia potrà sbloccare, utilizzare, diversi miliardi per opere di tipo infrastrutturale, soprattutto investimenti per l'occupazione, anche se questo risultato non sarà immediato. Gli italiani hanno sofferto più di tutti la crisi economico-finanziaria degli ultimi anni, con un impatto sulle famiglie - che sono sopravvissute con il loro risparmio - rivelatosi più pesante di quello registrato in Bulgaria, Cipro, Irlanda e Spagna. Lo rivelava, a marzo 2013, l'ultimo rapporto trimestrale della Commissione Ue sull'occupazione che registrava naturalmente un calo della produttività nell'intera Europa, in seguito alla crescita debole o negativa.

Per quanto riguarda le imprese, l'uscita dalla procedura per deficit pubblico eccessivo porterà liquidità nell'economia reale; non dimentichiamo che oltre alle difficoltà dettate dalla crisi, in Italia si registrano sempre le migliori performance a proposito di cuneo fiscale: vi è ancora un netto contrasto tra salario lordo e netto, quanto basta per rimanere, secondo l'Ocse al sesto posto nella classifica dei 34 paesi membri. Le tasse sugli stipendi pesano come un macigno sia sulle spalle dei datori di lavoro che su quelle dei lavoratori stessi. Nel 2012 in Italia, per un lavoratore single e senza figli la percentuale del cuneo fiscale è stata pari al 47,6%, contro una media Ocse del 35,6%. Mentre analizzando il dato di un lavoratore con famiglia e due figli, l'Italia si posiziona quarta nella classifica con un cuneo fiscale pari a 38,3% contro la media Ocse del 26,1%. Al primo posto della classifica Ocse troviamo il Belgio con il 56%, al secondo invece c'è la Francia con 50,2%, terza la Germania 49,7%. Il Cile è ultimo con il 7%.

Tutti i governi, almeno a parole, hanno cercato negli anni di abbattere questo problema, ma evidentemente con scarsi risultati; l'ultimo a mettere le mani sul cuneo fiscale è stato il governo di Mario Monti che ha, in modo piuttosto sensato, detassato il salario di produttività.