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Un patto pubblico-privato per i disoccupati

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Può essere una soluzione. Un’ente sovraordinato, portatore delle logiche nazionali declinabili anche localmente a livello di Regioni e Province, ma che rappresenti un’infrastruttura centrale di coordinamento, con cui le agenzie private si possano correlare. Questo, idealmente,  è il modello più sensato.

 

Per  le crisi aziendali  di grandi dimensioni la nuova legge prevede  l’assistenza al ricollocamento per i lavoratori espulsi, attraverso l’outplacement. Che però ha dei costi. Chi li copre? Lo Stato? Le Regioni? Ha senso chiedere che partecipi alla copertura anche il disoccupato?

 Sono convinto che i primi a dover sostenere questo costo siano le aziende, chiamate in prima battuta a farsi carico dei servizi di ricollocazione per le persone che tagliano. Il datore di lavoro assolverebbe a un compito fondamentale: fare di tutto per aiutare la persona espulsa a trovare un altro lavoro. Ove l’impresa non ce la facesse, toccherebbe alle Regioni intervenire.

 

Non si è realizzato il previsto accorpamento delle Province con lo spostamento in capo alla Regioni delle funzioni di coordinamento dei servizi per l’impiego. Questo cosa comporterà? C’è il rischio che sopravviva l’attuale giungla anche nei sistemi per l’accreditamento degli operatori privati?

 In questo momento  il sistema di accreditamento è in mano alle Regioni. Sono le Regioni che non si sono dotate, ad esclusione di quelle del nord Italia,  di sistemi di accreditamento. Ma è importante definire un sistema di regolazione nazionale che definisca le logiche di fondo. Un po’ come è accaduto con l’apprendistato.

 

Secondo lei ha senso rafforzare  il vincolo per il lavoratore di partecipare a corsi di aggiornamento e riqualificazione per accedere al sussidio Aspi e ai nuovi servizi per l’impiego?

Legare il godimento del sussidio alla formazione tout court non basta. Dobbiamo stare attenti a non cadere nell’errore che si è perpetuato per anni. Quello cioè di generare un bisogno per poterlo soddisfare con iniziative di formazione generica. L’Aspi deve combinarsi con le politiche attive. Semmai i sussidi devono scattare solo a risultato raggiunto. Quando cioè il disoccupato è stato riportato al lavoro. L’agenzia deve essere compensata non perché investe del tempo ma quando ottiene un risultato. Semmai il sussidio Anspi si può interrompere di fronte alla palese rinuncia da parte del disoccupato a un’opportunità di lavoro. Questo sì. Il lavoratore deve essere corresponsabilizzato, al pari dei sindacati che devono impegnarsi nei fatti, oltre che a parole, a spingere il lavoratore a ricollocarsi, anziché trattenerlo nell’area del sussidio pubblico. Nel rispetto dei ruoli di ciascuno, forse sarebbero utili dei sistemi incentivanti anche per il sindacato per spingerlo in questa direzione.

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