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Lavoro

PENSIONI/ L’Italia delle rendite e delle ingiustizie generazionali

Per GIANLUIGI LONGHI, negli anni sono stati accumulati dei privilegi di cui beneficiano i pensionati di oggi, lasciando senza speranza i giovani che non vedono un futuro sereno

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In un’Italia al lumicino, ove ognuno oramai affranto invoca soluzioni e ricerca colpevoli, sfugge al grande pubblico un dibattito serio su alcune distorsioni che, nei fatti, hanno determinato questa situazione di impasse economico e il conseguente volgere la prua a un declino inarrestabile. Le giovani generazioni quale futuro hanno oggi? Che prospettive intravede nella sfera di cristallo chi si appresta per traguardo anagrafico o scolastico a entrare nel mondo del lavoro? Non certo un mercato del lavoro effervescente, ma anzi la disoccupazione, il precariato o la sottoccupazione. Quei pochi fortunati che riescono a trovare un lavoro, per così dire stabile, hanno comunque mille preoccupazioni: il costo della vita non consente loro di affrontare con entusiasmo il futuro, di sposarsi, di mantenere una famiglia, di comprarsi una casa.

Con un reddito netto di 1500 euro mensili - corrispondenti a 18.750 annui - e un tasso di risparmio pari al 10%, si deve riflettere su quanti anni occorrono per accumulare un capitale che al tasso nominale del 3% permetta di erogare una rendita perpetua pari al reddito oggi percepito. Confrontiamolo con gli inizi degli anni Sessanta. Gli occupati erano 20.392.000 a fronte di una popolazione di 50.025.000. Nel 2010, dopo cinquant’anni, gli occupati sono aumentati del 12% arrivando a 22.872.000, contro un aumento della popolazione del 21% (60.340.0000 di persone). Tale differenza di popolazione è concentrata nella fascia oltre i 65 anni; si tratta, cioè, di persone che consumano risorse senza produrre ricchezza.

Certo, le due realtà economiche non possono essere paragonabili - l’esigua crescita attuale è diversa da quella degli anni Sessanta - anche perché diversi sono i valori delle variabili. Ma d’altra parte, se il futuro si costruisce sulle nuove generazioni, sul loro entusiasmo, sulle loro idee, meno giovani significano minori entusiasmi e creatività. Se, inoltre, i giovani hanno difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro, quei pochi entusiasmi vengono perduti o dispersi nella frustrazione.

Il futuro, ma soprattutto il presente, è diverso per i pensionati. Analizziamo infatti il rapporto Inps 2011. I dati espressi sono stati aggregati e pochi calcoli evidenziano distorsioni che sono vizi nascosti e possono spiegare la non crescita del Paese. L’analisi delle tabelle e alle pagine 227 e 228 è significativa. I pensionati totali sono 13.941.802. Di questi 1.077.623 sono i pensionati fra i 40 e i 59 anni - pari al 7,7% del totale - che costano circa 13,2 miliardi di euro; chi entra nel mondo del lavoro oggi, invece, potrà andare in pensione solo a 70 anni. Vi sono 403.023 pensionati - pari al 2,8 % del totale - che costano allo Stato circa 21 miliardi , pari all’11% della spesa pensionistica. Questa classe è stata accorpata forse volutamente per nascondere una realtà imbarazzante. La fascia di reddito è quella delle pensioni superiori a 3.000 euro mensili, ma la media si colloca a 4.165 euro mese: è come dire che i tanti vicino ai 3.000 euro mese annacquano i pochi, con pensioni ben più alte, ma non conosciute.


COMMENTI
05/05/2013 - Non toccate le pensioni! (cavazzani alessandro)

Prima di toccare le pensioni si combattano gli evasori e i corruttori e la mafia! Troppo semplice toccare i pensionati perchè le pensioni sono a "portata di mano" di politici e lobbisti. Nazionalizzate le banche dei lobbisti bergamaschi! Troppo facile toccare le pensioni! Cominciate a toccare le banche! Anche loro sono lì a portata di mano!

 
05/05/2013 - commento (francesco taddei)

per fare tutto questo in italia a capo del governo non basta il presidente. ci vuole il papa.