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Lavoro

IL CASO/ Gli "autogol" che ci portano via il lavoro

Il costo del lavoro in Italia è simile a quello di Francia e Spagna. Il problema è che ci sono altri fattori che penalizzano occupazione e investimenti esteri, spiega ANDREA GIURICIN

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Il costo del lavoro non è tutto. È questo il risultato dell’indagine di Towers Watson che compara la retribuzione lorda in nove paesi europei. Secondo tale studio, il costo del lavoro italiano è simile a quello francese e spagnolo, almeno per quanto riguarda gli operai specializzati. Tale indagine è interessante perché evidenzia alcuni elementi molto importanti per quanto riguarda il “mondo” del lavoro italiano.

In primo luogo, il problema non deriva direttamente dal settore privato. La remunerazione media è infatti cresciuta meno di quella pubblica nell’ultimo decennio, dimostrando che una buona parte dei problemi sono piuttosto legati al settore pubblico. L’altro dato interessante è quello relativo al cuneo fiscale. Se le retribuzioni lorde sono simili, è certo che in Italia il cuneo fiscale è uno dei più elevati d’Europa e incide profondamente sulla retribuzione netta. Questo punto non interessa direttamente le aziende, ma i lavoratori, che si ritrovano in busta paga uno stipendio relativamente basso. Se compariamo il dato italiano con quello spagnolo, la nostra pressione fiscale è eccessivamente più elevata.

Lo studio inoltre evidenzia direttamente quello che è il problema della produttività. Avere un costo del lavoro elevato non è l’unico elemento importante. Infatti, il costo del lavoro per unità produttiva è quello che conta maggiormente e quello italiano è uno dei più elevati in Europa. Non interessa dunque a un’azienda avere un costo del lavoro elevato o meno, se le risorse umane sono molto efficienti. È essenziale andare a studiare il costo del lavoro per unità produttiva per vedere meglio le problematiche italiane.

Inoltre, al fine di attrarre gli investimenti stranieri, è essenziale eliminare o almeno risolvere in parte le problematiche maggiori che affliggono il nostro Paese. La lentezza burocratica alza delle barriere invisibili che di fatto limitano l’arrivo delle imprese che vogliano produrre occupazione nel nostro territorio. Secondo lo studio “Doing business” della Banca Mondiale, l’Italia è in coda alla classifica per le difficoltà che crea alle aziende per stabilirsi.

L’incertezza nell’avere i permessi per potere iniziare a produrre è un altro motivo per il quale le imprese straniere non vengono nel nostro Paese. Se dalla fase di progettazione a quella di realizzazione di un magazzino ci vogliono diversi anni in Italia e centinaia di firme di autorizzazione, si comprende bene perché vi sia una certa reticenza nell’investire da noi.


COMMENTI
11/06/2013 - Disco rotto (Paolo Landoni)

Nella sua foga libertaria Giuricin perde occasione per dare informazioni più aderenti alla realtà. Che gli stipendi del settore pubblico siano aumentati negli ultimi dieci anni (e di quanto, di grazia?) è smentito dai fatti, non fosse altro perché sono bloccati dal 2009. Quanto alle centinaia di autorizzazioni "dal progetto alla realizzazione" di un impianto produttivo, siamo di fronte a una sciocchezza sesquipedale. A parte l'esistenza dello SUAP, da 15 anni, procedura che racchiude in sé tutti i passaggi necessari per autorizzare l'insediamento di un'azienda, se parliamo degli aspetti edilizi le autorizzazioni sono le stesse della maggior parte dei Paesi UE. Se i progetti non vanno avanti è perché, spesso, sono proprio i loro autori a essere inadeguati, non le strutture che quei progetti devono valutare e approvare! Smettiamola con i luoghi comuni sulle "difficoltà di fare impresa", che ci sono senz'altro ma non certo in ragione delle norme urbanistiche ed edilizie o di sicurezza. Se Giuricin vuole fabbriche realizzate in pollai, stile Pakistan o India, s'accomodi pure in uno di quei Paesi, non sentiremo la sua mancanza.