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IL CASO/ Giovani e lavoro, i buchi italiani che i soldi non possono riempire

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Più che l’audizione di un ministro, a me è sembrata una relazione introduttiva ai lavori di un convegno della Cgil, centrata sulla conferma “statalista” del nostro sistema educativo, da un lato, e dall’altro da una preoccupazione corporativa di difesa dell’esistente, come modello da preservare e da rifinanziare, non certo da ripensare. Una delusione, segno che la “scuola reale” è ancora lontana, al di là delle solite frasi di rito.

Perché la Carrozza, come segno di una “solidarietà nazionale”, non propone, appunto, “contratti di solidarietà” anche per il mondo della scuola, poi per tutto il pubblico impiego? Perché la crisi deve ricadere quasi totalmente sul mondo del lavoro privato? Perché quando si parla di flessibilità si pensa solo al privato, mentre la “cultura dei risultati”, nascosta dietro alla “anzianità di servizio”, è nei fatti assente dal settore pubblico? Perché continuare con organi collegiali, nel mondo della scuola, che consegnano al Collegio dei docenti un permanente conflitto di interessi? Leggendo la relazione del ministro Carrozza un’osservazione si è fatta in me spontanea: le buone nuove non possono venire da viale Trastevere. Del resto, è difficile pretendere che la “scuola reale” sia di casa nelle stanze di un ministero che, come agenzia del lavoro, è seconda al mondo solo dopo il Pentagono, quando ancora oggi si pretende di parlare della scuola solo sulla base di dati statistici, senza mai essere entrato in una classe, gestito una scuola, un collegio dei docenti, i rapporti con un territorio e le famiglie. Impossibile.

Le buone nuove, però, ci vogliamo credere, potrebbero arrivare da queste occasioni d’incontro, cioè dalla scorza dura della realtà. Il deficit di base, dicevo, del nostro sistema formativo è l’ideologica diffidenza nei confronti dei percorsi di studio a impronta “vocazionale”, cioè pensati in relazione agli sbocchi, alle competenze da maturare, più che a quel genericismo culturale che desertifica ogni anno i nostri giovani, con titoli di studio senza mercato del lavoro. Col risultato che solo il 23% degli studenti frequenta gli istituti professionali, contro il 64% dei danesi, il 76% dei tedeschi e il 90% degli svizzeri. In questi paesi, insomma, la scelta delle superiori avviene sulla base di test e prove, non per libero arbitrio, con possibilità comunque di passaggi, sempre sulla base di test e prove, favorendo dunque la qualificazione dei percorsi e la selezione dei formatori.

Per non parlare, a parte rare eccezioni, dei progetti di integrazione scuola-lavoro. Nella mia scuola, con 79 classi, solo 2 stanno seguendo l’alternanza, e questo non avviene in tutte le scuole. Eccezioni, dunque. Qui viene in evidenza l’altro grande deficit culturale del nostro sistema formativo: l’idea che il lavoro non sia di per sé formativo. Un vero vulnus, culturale e sociale. La riforma Fornero, a proposito di apprendistato, aveva cercato di imprimere una svolta, ma gli effetti non sono stati rilevanti. Un apprendistato, poi, da affiancare a efficaci servizi per l’impiego, fondamentali in Germania, tanto da diventare negli ultimi dieci anni il terreno politico di maggiore investimento, con risorse ricavate da tagli di altre spese correnti.