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Lavoro

IL CASO/ Giovani e lavoro, i buchi italiani che i soldi non possono riempire

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Al governo Letta, al di là del rischio “galleggiamento” e dei già troppi “effetti-annuncio”, spetta dunque la responsabilità di un pensiero strategico, capace di prendere il meglio delle esperienze degli altri Paesi. Per questo motivo, la speranza è che l’incontro di oggi non si risolva in soli sorrisi e pacche sulle spalle, ma produca anche coraggiose, per dare una speranza di futuro alle giovani generazioni.

Lo stesso Letta, in realtà, spera di ottenere dall’Europa sostanzialmente due cose: maggiori risorse per il “fondo giovani”, per il 2014-2015, per circa 400 milioni; un qualche scorporo del deficit per questo tipo di investimenti, sapendo già dell’avversione dei paesi europei virtuosi. Le risorse, in poche parole, devono derivare solo dai tagli alla spesa. Il che ci riporta al coraggio di manzoniana memoria, cioè alla necessità di riforme strutturali. Un capitolo a parte prevede, infine, la possibilità di riprogrammazione dei fondi europei. La torta disponibile è ancora di 30 miliardi, tra risorse europee (17 miliardi) e cofinanziamenti nazionali (13), sino a tutto il 2015. Queste somme devono essere impegnate però entro il 2013.

Per il periodo 2007-2013, dai dati diffusi l’altro giorno, si nota che l’Italia sinora ha speso 19,7 miliardi dei 40,5 previsti per gli Fse e per il Fsr, cioè per il fondo sociale e per quello di sviluppo regionale. Solo il 40% delle risorse sono state, però, impegnate. Il governo, in poche parole, potrebbe dirottarli sull’occupazione giovanile. Ci riuscirà la politica, con scelte coraggiose? Resta comunque la questione di fondo, che è bene ripetere, se si vuole cambiare strada rispetto al vecchio assistenzialismo: riforme di struttura. Se diamo solo un’occhiata, per fare un esempio, a come sono stati spesi alcuni Pon (Programmi operativi nazionali), diventa evidente che senza queste riforme sarà difficile immaginare sentieri di speranza per le giovani generazioni. Sapendo bene, comunque, che il “programma nazionale su ricerca e competitività”, previsto per Puglia, Calabria, Sicilia e Campania, con 6 miliardi previsti, in gestione ai ministeri dell’Istruzione e dello Sviluppo economico, a sostegno delle attività di ricerca, innovazione e creazioni di nuove imprese, ha visto impegnata la somma di soli 1,8 miliardi, cioè una cifra al di sotto del minimo richiesto dalla normativa europea. Per dire che non bastano le risorse, se mancano le idee e gli strumenti legislativi adeguati.

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