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Lavoro

RIFORMA PENSIONI/ Letta e Giovannini parlano di esodati e flessibilità, ma chi pensa ai giovani?

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Stia attento quindi l’esecutivo a non sottovalutare il problema, né tantomeno a sopravvalutare la flessibilità, vista come la panacea di tutti i mali. In primis perché non è detto che risulti all’atto pratico così allettante per i lavoratori. Certo, può permettere di anticipare “l’addio” a un lavoro che si è fatto pesante, ma a che prezzo? In un periodo che non è certo di vacche grasse, il pensionando accetterà una decurtazione permanente della sua pensione? Viceversa, si dirà, potrebbe anche pensare a restare a lavoro qualche anno in più, assicurandosi così un “extra” che può sempre far comodo, specie in un vitalizio. Ma in questo caso le aziende non avrebbero niente da ridire?

Certo, queste considerazioni sono troppo poco per dire se la flessibilità sarà un flop o meno, ma qualche dubbio ce lo lascia. Quel che è invece certo è che interventi su esodati e flessibilità hanno un costo e in questo momento il governo ritiene “impossibile” trovare qualche miliardo di euro per evitare l’aumento dell’Iva: figuriamoci per erogare pensioni in anticipo rispetto al dovuto.

Altrettanto certo è che da questa eventuale nuova riforma qualcuno resterà ancora una volta penalizzato: i giovani. Inutile tirar fuori utopiche “staffette generazionali” che hanno il sapore della sperimentazione data la loro difficile fattibilità. Quanti saranno i lavoratori anziani disposti a dimezzare il proprio stipendio? Quante le aziende pronte realmente a un turn over generazionale quando magari sarebbero pronte ai prepensionamenti pur di liberarsi di personale in esubero?

Ma staffette generazionali a parte, i giovani non hanno forse ancora realizzato cosa sarà per loro la pensione. Ancora forse non hanno colto cosa significhi un pieno calcolo contributivo basato su stipendi che risultano in certi casi appena sufficienti a coprire le spese correnti. Forse non rammentano che i loro genitori o nonni vivono con pensioni calcolate su un metodo retributivo, con importi che loro non arriveranno minimamente a sfiorare. Forse non hanno realizzato che nei periodi in cui si sono trovati o si ritroveranno senza lavoro, il mancato versamento dei contributi influirà sull’importo del loro vitalizio. Senza dimenticare che forse da qui al prossimo decennio una nuova riforma di un nuovo governo tecnico porterà a nuove mirabolanti manovre per mettere in sicurezza i conti pubblici. E che forse i servizi di welfare pubblico per gli anziani sono destinati a diminuire (o a risultare più costosi) anno dopo anno.