BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Attenti a non spendere tutto nei centri per l'impiego

Mai come oggi occorre non farsi tentare da una concezione assistenzialistica incapace di tenere debito conto di ciò che serve davvero al nostro Paese. L’analisi di STEFANO COLLI-LANZI

Infophoto Infophoto

www.scolliniamo.it

Il 22 aprile 2013 il Consiglio dell’Unione europea ha approvato una raccomandazione, denominata “Youth Guarantee”, con l’obiettivo di assicurare ai giovani europei under 25 un’opportunità qualitativamente valida di lavoro o formazione entro quattro mesi dall’inizio della disoccupazione o dall’uscita da un percorso di formazione, stanziando per questo obiettivo 6 miliardi di euro e destinandone tra i 400 e i 600 milioni all’Italia.

Ma come mai l’Ue è ricorsa a questa iniziativa? Per due - dichiarate - ragioni: innanzitutto perché il 24% dei giovani europei è disoccupato - con punte superiori al 50% in paesi come Spagna e Grecia e il 40,3% in Italia, mentre in Germania si è solo al 7,5% - e poi perché si è calcolato che il costo dell’esclusione di un così grande numero di persone dal mercato del lavoro europeo è di 153 miliardi di euro all’anno, più dell’1,2% del Pil europeo. Di fronte a una tale emergenza, l’Europa non si è però limitata a stanziare fondi, ma ha fornito linee guida circa il loro utilizzo, la prima delle quali consiste nella precisa richiesta a ciascun Paese di elaborare strategie basate sulla partnership tra servizi per l’impiego pubblici e Agenzie per il lavoro private, datori di lavoro, Parti sociali, associazioni giovanili, individuando un’autorità pubblica che ne gestisca il coordinamento.

E qui, per quel che ci riguarda, casca l’asino. A prescindere infatti dall’esatta misura e dalla tempistica precisa dell’erogazione di questi fondi, nel nostro Paese il problema principale da affrontare è proprio l’annosa questione del rapporto tra pubblico e privato. Non vorremmo infatti che i denari previsti per ridurre la disoccupazione giovanile finiscano per sostenere i costi di struttura dei centri per l’impiego, rivelatisi sinora davvero poco efficaci, con gravissimi esiti negativi per tutto il nostro sistema.

Mai come oggi occorre infatti non farsi tentare da una concezione assistenzialistica incapace di tenere debito conto di ciò che serve davvero al nostro Paese: è invece più che mai necessario mantenere “la barra diritta” e navigare con determinazione verso un deciso cambiamento di logiche che, purtroppo, hanno ridotto l’Italia nelle difficili condizioni attuali. Da questo punto di vista, il fatto che il decreto lavoro approvato mercoledì scorso privilegi innanzitutto i giovani privi di diploma di scuola media superiore o professionale non lascia troppo ben sperare quanto alla determinazione nel voler perseguire logiche che conducano in primis alla generazione di maggior valore.