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Lavoro

RIFORMA PENSIONI/ Flessibilità: i consigli a Giovannini per fare "giustizia"

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Di fatto, così facendo, si consente flessibilità, ma a condizione che la “ricchezza pensionistica” non vari rispetto a quella cui si avrebbe accesso rispettando il pivot. Nel 2013 la vita attesa a 60 anni è pari a 22,37 anni, per ipotesi l’età pivotale è pari a 65 anni, e la vita attesa a 65 anni è pari a 18,297 anni. Per uguagliare i due valori attesi è necessario scegliere un tasso di sconto. In coerenza con quanto avviene per la trasformazione in rendita della parte contributiva della pensione, si utilizza il tasso dell’1,5%, che dovrebbe cogliere la dinamica media del Pil nel periodo di erogazione della rendita. Alla luce di tutto ciò, per andare in pensione a 60 anni compiuti, invece che a 65, il lavoratore dovrebbe accettare una riduzione dell’assegno di poco meno del 16%. Se nel 2013 l’età del lavoratore fosse stata di 62 anni, la penalizzazione sarebbe stata di poco più del 10%.

Per fare un esempio di pensione già in erogazione, si consideri un lavoratore andato in quiescenza nel 1990 all’età di 55 anni compiuti e con 30 anni di contributi. Si tratta di un caso di pensione retributiva calcolata con le regole precedenti le riforme pensionistiche degli anni ’90. Nel 1990 la vita attesa a 55 anni era pari a 22,499 anni, per costruzione a ritroso l’età pivotale era pari a 62,7 anni, e la vita attesa a 62,7 anni pari a 16,87 anni. Se si reiterano i calcoli prima descritti, questa pensione, per essere resa coerente con i pivot, avrebbe dovuto essere più bassa di circa il 24%. Un taglio elevato, che si spiega con i circa 7 anni in più di pensionamento (su 22) rispetto allo scenario pivot. È irrealistico pensare che si possa chiedere la restituzione del maggior importo lungo tutto il periodo di pensionamento, compreso quello già decorso. La riflessione che questa percentuale deve stimolare riguarda l’opportunità di chiedere alle pensioni più alte di concorrere, in qualche modo, a sostenere i sacrifici imposti dalla crisi.

Il metodo che si è appena descritto può essere esteso dagli uomini alle donne. Può essere esteso anche ai casi in cui gli anni che separano l’età desiderata per il pensionamento dal pivot siano più numerosi di quelli che separano l’anzianità maturata dal suo pivot. Se così è, è il pivot dell’anzianità che bisogna considerare, e l’età pivot diventa quella alla quale il lavoratore matura l’anzianità pivot. Il metodo può essere anche esteso a prolungamenti della carriera oltre le soglie pivot, e in questo caso le correzioni dell’assegno sono incrementali e vanno a compensare la tassa implicita a cui il criterio di calcolo retributivo assoggetta chi, posticipando il pensionamento, si trova a corrispondere annualità contributive e a rinunciare a rate di pensione, senza che l’importo della rata sia aumentato nel frattempo in maniera sufficiente.

Si spera che questo metodo, trasparente e tutto sommato semplice, possa rappresentare o ispirare la soluzione al problema di policy di cui si sta dibattendo.

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