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IL CASO/ Il "treno" che può portare la disoccupazione via dall’Italia

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Come reagire al declino? Con quali criteri individuare proposte percorribili? E a partire da quali esperienze positive? La situazione che stiamo vivendo di paralisi dell’economia reale (nel paradosso di una contemporanea finanza borsistica ai massimi livelli e di quella bancaria colma di liquidità che non arriva alle imprese) in presenza di un enorme debito pubblico, unita alle limitazioni sul deficit dettati dall’Ue che impediscono “new deal” di casa nostra, impongono alcune caratteristiche alle linee di intervento di una politica industriale realistica per il nostro Paese. Di fatto tali misure dovrebbero contemporaneamente:

Assecondare a nostro vantaggio i segnali, più o meno forti ma reali, di tendenza dell’economia e del mercato del lavoro globale: in questi ultimi anni di piena globalizzazione abbiamo tutti potuto rilevare che certi processi virtuosi difficilmente possono essere provocati, ma solo assecondati e facilitati dai singoli governi. Da una parte l’innalzamento del costo totale della delocalizzazione produttiva (Offshoring), con l’aumento del costo del lavoro, la scarsa fidelizzazione dei lavoratori e le tensioni sociali nel Far East (per esempio, in Cina), l’aumento dei fattori di instabilità e di rischio (in termini umani e reputazionali come nel caso della recente tragedia accaduta in Bangladesh) in vari paesi in via di sviluppo e con basse regolamentazioni del lavoro, l’aumento dei costi e dei rischi logistici per i trasporti intercontinentali, il rischio di perdita della proprietà intellettuale, la corruzione e in generale la difficoltà di comprensione con culture molto diverse, ecc… dall’altra parte, nelle produzioni “Inshore”, una miglior qualificazione del capitale umano e qualità del prodotto, una maggior flessibilità e capacità di risposta in tempo reale alle richieste dei clienti e minori scorte necessarie nelle filiere just-in-time, portano a riconsiderare in molti casi le scelte di delocalizzazione: lo ha già capito, per fare un esempio che ci riguarda, un gigante come Ikea, concentrando in Italia i fornitori di alcuni prodotti;

Essere a saldo complessivo zero, o meglio positivo, per uno Stato con uno dei più alti debiti pubblici del mondo e in cui la spesa per gli ammortizzatori sociali è destinata per circa il 70% al settore industriale;

Misure, almeno le principali e strategiche, che abbiano già dimostrato la loro efficacia in esperienze reali in Italia o altrove, come ad esempio la rilocalizzazione produttiva (Reverse Offshoring o “Reshoring”) avviata con forza dal 2010 in Usa e che ha spinto corporation come Apple, Caterpillar, Ford, General Electric, Google e Whirlpool a riportare in patria alcune produzioni avanzate e high-tech: se il malato è grave e il tempo stringe, non ci si può avventurare in sperimentazioni frutto di teorie partorite in aule accademiche o nei “sancta sanctorum” della burocrazia europea;

Fare leva sui punti di forza della nostra storia ed economia, come l’elevata qualità del nostro capitale umano da tutti riconosciuta, la tradizione imprenditoriale di innovazione, il know-how manifatturiero integrato nei territori dei distretti, il valore del Made in Italy in alcuni importanti comparti particolarmente apprezzato proprio nei mercati emergenti dei Brics;

Semplici da applicare e drastiche negli effetti (Breakthrough Initiatives) tali da influenzare e ribaltare il giudizio dei decisori della localizzazione di un investimento nelle multinazionali, italiane e straniere.