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Lavoro

IL CASO/ Il "treno" che può portare la disoccupazione via dall’Italia

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A partire da questi criteri, non può non far riflettere il fatto che le uniche due economie occidentali che stanno reagendo, o comunque resistendo bene, di fronte alla crisi strutturale che le ha investite quanto noi, cioè Germania e Usa, fra le molte differenze hanno certamente almeno un aspetto in comune: puntano entrambe sul settore manifatturiero. L’Italia è ancora la seconda “fabbrica” d’Europa, nonostante la perdita del 25% della produzione industriale dal 2008, anno di inizio della grande crisi (ma già dal 2000 non vi era più crescita) e nonostante, come certificato da Confindustria, dal 2007 al 2012 in Italia è andato distrutto il 15% del potenziale manifatturiero: perché non puntare in modo deciso sul rilancio del settore manifatturiero come priorità strategica di una politica per l’occupazione e la crescita?

Le economie che hanno accettato di ridursi a economie basate sui servizi hanno rischiato di diventare economie di carta e stanno facendo marcia indietro (per esempio il Regno Unito). Risulta evidente ormai a tutti gli osservatori che perdere la manifattura significa nel medio termine perdere anche la ricerca e sviluppo, il design e la creatività che non possono essere separati dall’applicazione pratica: ricerca, progettazione e design, da una parte, e industrializzazione, dall’altra, si alimentano a vicenda. E trainano tutti gli altri settori, come quelli dei servizi all’impresa e quelli finanziari, delle costruzioni e connessi (impiantistica energetica, arredi, ecc.) fino ad arrivare a spronare l’evoluzione positiva della scuola, sia quella professionale che accademica. La ricaduta educativa della valorizzazione del lavoro manuale, così famigliare ai nostri progenitori, oggi è tutta da riscoprire.

In termini di competenze sappiamo che Oltralpe, specialmente in Svizzera e Germania, c’è un consistente deficit di manodopera qualificata in campo industriale, tanto che sono state varate iniziative di attrazione dall’estero di personale già specializzato, come la Job Borse tedesca. Peraltro i paesi confinanti, anche al di là del Mediterraneo, con l’Italia sfruttano la nostra debolezza e stanno cercando di attirare in ogni modo le nostre imprese e i nostri lavoratori qualificati (provocando anche movimenti di protesta dei locali come avviene in Canton Ticino) puntando su semplificazione normativa e velocità autorizzativa, servizi e minor tassazione complessiva per l’impresa, più che sul minor costo del lavoro. Con una certa sorpresa, infatti, constatiamo (cfr. l’indagine sulle retribuzioni europee di Towers Watson), che l’Italia non presenta un costo del lavoro in sé mediamente più elevato rispetto agli altri paesi europei nostri competitor. Il gap si gioca, e pesantemente, sugli altri fattori decisivi per le scelte di investimento produttivo, come, per esempio, i tempi certi di realizzazione dell’investimento.

Come facilitare un processo di reindustrializzazione, con misure che rispondano a tutte le caratteristiche sopra elencate? Strade, a saldo positivo per lo Stato nel breve-medio periodo, ve ne sono molte. A titolo di esempio: incentivi sia per la creazione di nuove iniziative industriali che mantengano in Italia la produzione, sia per il Reshoring di precedenti delocalizzazioni, soprattutto nel manifatturiero avanzato e innovativo, attraverso semplificazione burocratica, tempi rapidi e certi di approvazione dei progetti di reindustrializzazione, incentivi alla riqualificazione di aree industriali dismesse, detassazione proporzionale ai posti di lavoro creati o ri-creati, detassazione degli utili reinvestiti in azienda. Nulla di particolarmente originale, ma tutto focalizzato verso una priorità chiara e strategica: la rinascita industriale italiana.

Si andrebbero inoltre a intercettare esattamente i lavoratori in uscita dalle situazioni croniche di Cig, studiando e incentivando passaggi diretti alla nuova occupazione, con conseguente risparmio sulle spese di welfare per lo Stato, e percorsi di riqualificazione soprattutto “on the job” (perché non estendere in tutta Italia l’uso del contratto di apprendistato non solo per i giovani ma per i lavoratori di qualsiasi età che devono intraprendere sempre più spesso un nuovo mestiere?), riconoscendo all’impresa che subentra la funzione di riqualificazione professionale, sociale e, come nel caso di reindustrializzazione, anche immobiliare attraverso iter autorizzativi semplificati e minori oneri di urbanizzazione. Da questo punto di vista sarà necessario sottrarre armi di ostacolo alla Pubblica amministrazione locale, che in moltissimi casi, spesso per un interesse miope e di corto respiro, pone a carico dei reindustrializzatori oneri economici ingenti e una burocrazia lenta e farraginosa.