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Lavoro

IL CASO/ Il "treno" che può portare la disoccupazione via dall’Italia

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Alcuni timidi tentativi di incentivazione, con scarse risorse, sono già stati fatti da alcune regioni: più che le risorse, quello che manca è una massiccia presa di coscienza della centralità del lavoro manifatturiero come elemento trainante dell’economia e dello sviluppo anche del capitale umano, svalutato da una falsa cultura intellettualistica figlia del secolo delle ideologie. E conseguentemente è necessaria una decisa indicazione strategica a livello nazionale, anche in termini di campagna di comunicazione (come sta accadendo negli Usa). Lo Stato potrebbe, con risorse limitate, innanzitutto facilitare l’inizio di un tale processo favorendo alcuni casi pilota importanti che possano fungere da “trigger”, da eventi scatenanti di una nuova industrializzazione, condividendo obiettivi e chiedendo corresponsabilità alle Parti sociali.

Con questo indirizzo strategico di reindustrializzazione si coniuga una nuova e diversa gestione delle ristrutturazioni aziendali che comportino dismissione di siti produttivi ed esuberi di personale. Vi sono casi virtuosi già sperimentati nel nostro Paese (come nel caso dei tre stabilimenti Indesit chiusi recentemente nel nord Italia) in cui è proprio l’azienda che chiude il sito produttivo che sostiene politiche attive, con formule che non aggiungono costi alla ristrutturazione, per favorire la reindustrializzazione e il ricollocamento incentivato del personale, tramite soggetti terzi specializzati e ponendo al centro dell’accordo sindacale non più solo gli ammortizzatori sociali, ma la continuità occupazionale dei lavoratori.

Favorendo il reimpiego del personale, l’azienda trova un beneficio sia economico, riducendo la conflittualità e abbattendo i tempi di implementazione del piano di efficienza, sia reputazionale, perché dimostra concretamente un approccio socialmente responsabile. Parallelamente lo Stato risparmia in ammortizzatori sociali rispetto a casi analoghi dove, di deroga in deroga, dopo diversi anni ci sono situazioni incancrenite di lavoratori costantemente in Cig e mobilità senza alcuna prospettiva e opportunità di continuità lavorativa. Ma soprattutto viene affermato un principio culturale rivoluzionario: che il lavoro ha un valore irrinunciabile per la realizzazione della persona che va ben al di là del suo corrispettivo economico. Quindi non può essere risarcito solo con denaro.

Tali esempi di politiche attive messe in campo dalle imprese dovranno gioco-forza diventare norma anche da noi, come lo sono già in Francia e, in forme diverse, in altri paesi europei: non è né giusto, né più percorribile la strada per cui tali ristrutturazioni siano per la gran parte in carico allo Stato. Rendendo legge un tale approccio lo Stato, oltre che alleggerire il carico sulle proprie casse, favorirebbe il passaggio di personale e know-how da situazioni aziendali senza speranza ad aziende magari piccole ma che possono crescere superando, con un adeguato incentivo, l’esitazione ad assumere e inserendo anche figure manageriali senior così necessarie al piccolo imprenditore per cogliere le tante opportunità che, soprattutto in tempo di crisi, si presentano continuamente.

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