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IL CASO/ Il "treno" che può portare la disoccupazione via dall’Italia

La situazione dell’occupazione e della recessione in Italia è pesante e bisogna pensare a strategie per invertire la rotta. ALBERTO SPORTOLETTI indica alcune specifiche proposte

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Il dibattito sulle misure del governo per arginare il drammatico aumento della disoccupazione si sta concentrando su interventi di redistribuzione del lavoro, (per esempio, la staffetta generazionale anche come contrappeso all’aumento dell’età pensionabile) o sulla soluzione temporanea a emergenze immediate (vedi il problema esodati e il rifinanziamento della Cig, mentre la riduzione del cuneo fiscale passa inevitabilmente in secondo piano): misure necessarie per la loro urgenza, dettate anche dalla manifesta volontà del governo di dare segnali di intervento in tempi rapidi su temi caldi per prolungare la sua stessa sopravvivenza. Urgenze appunto, ma nulla di strategico che possa favorire insieme crescita e occupazione in modo sostenibile nel tempo. In uno scenario in cui i dati macro sulla disoccupazione, quasi al 13% quella totale (3,3 milioni di disoccupati) e al 42% quella giovanile, sono i peggiori da 35 anni a questa parte.

È quindi altrettanto necessario avviare immediatamente misure realistiche di ampio respiro che portino a crescita coniugata a occupazione nel medio termine (2-3 anni), pena l’autocondannarsi a inseguire, con soluzioni tampone sempre meno efficaci e sempre più dispendiose, una spirale di decrescita che rischia di diventare irreversibile. Infatti, il combinato disposto (l’elenco non è esaustivo) di crisi economica strutturale a livello europeo, alta tassazione del lavoro e dell’impresa, innalzamento dell’età pensionabile e ulteriore irrigidimento del mercato del lavoro in entrata e in uscita dovuto alle ultime riforme, burocrazia e farraginosità nell’applicazione delle norme, complessità contrattuale, alto costo dell’energia, ritardi infrastrutturali e logistici, blocco degli investimenti e dei pagamenti pubblici, malfunzionamento delle agenzie pubbliche per il lavoro e, infine, diga della cassa integrazione in fase di pericoloso smottamento, portano alla “tempesta perfetta” sull’occupazione che vediamo aggravarsi di giorno in giorno, soprattutto in ambito industriale. In un Paese in cui paradossalmente è molto costoso insediarsi per un’impresa industriale ed è tutto sommato relativamente economico dismettere, grazie proprio al soccorso degli ammortizzatori sociali che gravano come un macigno (oltre 20 miliardi di euro all’anno) sui contributi delle imprese e sui conti dello Stato, sempre più spesso solo per allungare l’agonia di situazioni aziendali irreversibilmente destinate alla chiusura.

In sostanza, rispetto ad altri paesi, paghiamo bene chi chiude o se ne va all’estero, e accogliamo male chi intraprende e porta occupazione. Non è infrequente sentire ammettere candidamente da manager di multinazionali che uno dei motivi a favore della chiusura o del ridimensionamento di attività in Italia è l’esistenza e il facile ottenimento della copertura della Cig e degli altri ammortizzatori sociali. Il tutto aggravato dal fatto che le grandi aziende industriali che abbiano ancora la proprietà e i centri decisionali in Italia si contano sulle dita di una mano: il che gioca ulteriormente a nostro sfavore, e in modo non secondario, nelle scelte di dismissione.