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Lavoro

IL CASO/ La "scuola del lavoro" che manca in Italia

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Queste situazioni ci dicono della difficoltà, che nessuno a livello politico riconosce e intende affrontare, della scuola di oggi, anzitutto della scuola media inferiore, e poi di quella superiore, non orientanti secondo talento e in relazione a sbocchi possibili. Quindi poco di ausilio non solo all’alta formazione universitaria e post, ma all’intero nostro “sistema Paese”.

Quando inizieremo a riflettere, su questi temi, a partite dalla semplice domanda “quale la scuola migliore per i giovani di oggi”? Senza fermarsi troppo ai risvolti corporativi?

Di fronte a questi problemi aperti, c’è ancora chi si limita al rilievo delle poche risorse previste nel nostro bilancio per il mondo dell’istruzione. Come se la cosa più importante fosse, appunto, questa. Invece, dallo studio dell’Ocse troviamo che la spesa per studente è superiore alla media per le scuole primarie, pari alla media per le secondarie, al di sotto solo per l’università, nonostante l’incremento dei finanziamenti privati.

I tagli degli ultimi anni, nei confronti soprattutto della scuola, hanno comportato l’aumento del numero degli studenti per insegnante e la diminuzione del numero di ore per gli studenti. Dimenticando che, nella realtà, quest’ultima diminuzione è più virtuale che reale, se pensiamo alle ore di lezione di 50 minuti (in alcuni casi anche di 45) degli scorsi anni, di fronte all’obbligo dei 60 minuti della riforma del 2010. Le 36 ore degli istituti tecnici, ad esempio, a 50 minuti prevedevano un tempo-scuola inferiore delle 32 per 60 minuti di oggi. Misteri all’italiana. Meglio, quando la scuola era considerata, soprattutto, un ammortizzatore sociale. Il risultato infatti, come dice l’Ocse, non ha “compromesso i risultati di apprendimento”, misurati dai test Pisa.

Ma la quantità di tempo non può rappresentare il cuore della vita della scuola, pensata nei termini di una reale speranza di futuro per i giovani di oggi. Questa speranza dovrebbe passare anzitutto, è bene ripeterlo, dal ripensamento, ai fini di un reale orientamento, della filiera formativa. Non con riforme di cornice, ma entrando nel merito, adottando, per gli istituti, la governance oggi prevista dagli Its, cioè con fondazioni, già messe in cantiere dal ministro Fioroni, capaci di autogoverno e contrattazioni di secondo livello, con una programmazione rispettosa di standard nazionali, ma con un consistente curricolo locale, per titoli senza valore legale ma vincolati a prove Invalsi e certificazioni delle competenze, forieri di pre-orientamento al segmento successivo, sulla base di test e prove. Una scuola come “scuola della comunità locale”, quindi di diretta responsabilità della conferenza di servizio degli enti locali, in forma sussidiaria ma aperta alla verifica degli standard nazionali.

Una volta ripensata la scuola come parte essenziale della responsabilità di una comunità locale, si tratta di seguire tutte le strade delle pari opportunità del nostro “glocalismo”. Mi viene qui in mente, ad esempio, la proposta di un “Erasmus per il lavoro”, o “Erasmus 2.0” di recente rilanciata dal nostro Presidente del consiglio. Diretta espressione della nuova alleanza tra scuola, università e agenzie per l’impiego. Si tratta dell’edizione aggiornata, potremmo dire, di “Your first Eures job”, cioè del piano europeo per l’inserimento dei giovani al lavoro, con contributi per i colloqui o per il trasferimento in altri Paesi dell’Ue.