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Lavoro

IL CASO/ La "scuola del lavoro" che manca in Italia

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Visto il cambiamento radicale del contesto economico, sociale, demografico, tecnologico, si chiede Selingo, ha ancora senso proporre ai giovani un pezzo di carta, un diploma col suo valore legale, percorsi cioè chiusi di apprendimento? A parte, potremmo aggiungere noi, la formazione di base, per la filiera formativa non vale forse più, oggi, l’idea che è la vita stessa la prima scuola per i nostri ragazzi? Cioè talento, curiosità, studio secondo interesse, condivisione in comune, ecc.

Osservando da vicino la crescente demotivazione presente nei ragazzi di oggi, più volte denunciata dai docenti, verso il modello tradizionale di scuola e università, alcune domande dovrebbero sorgere spontanee. Ha ancora senso, cioè, concentrare ingenti risorse, alle superiori e all’università, per titoli di studio che aprono, per i più, alla via della precarietà e della disoccupazione? Perché insistere su percorsi di studio che offrono “skill” non richieste?

Per quella formazione di base, e per la sua valenza trasversale, comunque, la risposta dell’autore a quella domanda sul valore del pezzo di carta rimane positiva. Con mille, però, dubbi. Per questo motivo, andrebbe rivista la rigidità italiana, quella che ha creato una scuola staccata dalla vita reale. Quasi un parcheggio. L’integrazione europea potrebbe, forse, imporci delle novità. Nonostante una politica di fatto indifferente a un’attenta lettura di questi problemi aperti.

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