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RIFORMA PENSIONI/ Cazzola: la flessibilità costa troppo. Rivediamo la rivalutazione in base al reddito

Giuliano Cazzola, responsabile nazionale area welfare di Scelta civica per l'Italia, fa il punto sui dossier più caldi sulla previdenza che il governo si troverà ad affrontare dopo l'estate.

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“Proporre un sistema di pensionamento flessibile è ‘politicamente corretto’ ed utile sul piano del consenso. Occorrerebbe misurarsi, però, con gli ingenti problemi di copertura derivanti dalla revisione della riforma Fornero in materia di età pensionabile”. A dirlo è Giuliano Cazzola, responsabile nazionale area welfare di Scelta civica per l'Italia. Tali problemi, ha aggiunto, “non sarebbero compensati da una penalizzazione economica come è previsto in taluni progetti di legge in discussione. Tanto più che, attraverso il pensionamento flessibile sarebbe ripristinato nei fatti il trattamento di anzianità e abbassato per uomini e donne il requisito anagrafico di vecchiaia”. Questi oneri, spiega Cazzola, “si aggiungerebbero a quelli che si stanno cercando per dare una soluzione definitiva alla questione degli esodati. Viene da chiedersi se sia giusto, in un Paese che stenta a trovare 1,5 miliardi di euro per l'occupazione dei giovani, investire risorse dieci volte superiori, a regime, sulle pensioni”.

Inoltre, sulle pensioni d'oro e l'ipotesi circolata di un nuovo prelievo, “è bene che il governo eviti di fornire ulteriore lavoro alla Consulta, come avverrebbe se, sui trattamenti più elevati, fosse completamente soppressa la rivalutazione automatica al costo della vita”, dice Cazzola. “Diverso, sicuramente più giusto ed opportuno sarebbe un provvedimento di carattere strutturale che rimodulasse al ribasso le aliquote di rivalutazione in rapporto alle fasce di reddito”. Oggi, infatti, in condizioni normali, le aliquote sono tre: “Una del 100% dell'inflazione fino a 1400 euro mensili; un'altra del 90% per la fascia da 1400 a 2400 euro; oltre questa soglia opera l'aliquota del 75% sulle ulteriori quote di pensione. Basterebbe allora introdurre, magari per le fasce superiori a 4-5000 euro un'aliquota più bassa, ad esempio del 50% e scendere ancora di più (al 30%) per la rivalutazione di fasce più elevate. Oltre certi importi particolarmente alti, l'indicizzazione potrebbe anche essere abolita del tutto, ma opererebbe comunque sulle fasce più basse, in modo da rendere compatibile la misura rispetto al dettato costituzionale”, conclude Cazzola.

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