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Lavoro

IL CASO/ Se gli incentivi al lavoro si trasformano in un costo "triplo"

Secondo TIZIANO BARONE, il nostro Paese si è sempre e solo quasi esclusivamente concentrato sull’implementazione di politiche dal lavoro passive: una scelta che non paga

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La rinnovata centralità della disoccupazione giovanile e le relative misure per contrastarla hanno portato l’attenzione mediatica su cosa fare per migliorare l’occupazione. Oggi risulta definitivamente chiaro che i posti di lavoro si creano con la crescita e la competitività delle imprese. La disponibilità aggiuntiva di un “super assegno europeo” da 500 milioni di euro per le politiche del lavoro giovanile come verrà usata? In quali azioni e per quanti posti di lavoro stabili? Con il termine “garanzia per i giovani” (Youth Guarantee) ci si riferisce a una situazione nella quale entro un periodo di 4 mesi dall’inizio della disoccupazione o dall’uscita dal sistema di d’istruzione formale i giovani ricevono un’offerta qualitativamente valida di lavoro, proseguimento degli studi, apprendistato o tirocinio. Gli obiettivi che ci si prefigge di raggiungere sono: prevenire gli abbandoni scolastici e promuovere l’inserimento professionale.

Semplice: entro quattro mesi dalla fine della scuola il giovane riceve una offerta di formazione, di tirocinio, di lavoro. Finalità? Portare al lavoro almeno 100 mila giovani. Chi svolge le attività? I 550 Uffici di collocamento (ora Centri per l’impiego) con i 6.600 operatori che dovranno attrezzarsi per accogliere i 300/400 mila giovani interessati. Come verranno sostenuti i centri per l’impiego? Verranno rafforzati con personale aggiuntivo (a tempo determinato o cocopro) e aggiornati i sistemi informativi: altrimenti in quanto tempo si potranno trattare tutte quei giovani? I Centri verranno rimborsati anche senza raggiungere il risultato occupazionale? Nulla trapela circa la possibilità che il rimborso sia correlato al risultato, ovvero che per ogni giovane inserito al lavoro, ad esempio per 6-12 mesi, venga riconosciuto un costo del servizio.

L’introduzione di questa “condizionalità” su una politica del lavoro rappresenta una novità sostanziale per il nostro Paese. Per la prima volta si potrebbe collegare l’azione finanziata verso destinatari deboli con il risultato occupazionale. Sembra una cosa ovvia, ma in realtà non lo è, in quanto la linea di azione sulle politiche del lavoro nel nostro Paese ha sempre privilegiato interventi “senza condizioni”. Che questo sia il punto critico è evidente se consideriamo la composizione della spesa per le politiche del lavoro utilizzando la classificazione LMP (Labour Market Policies) aggiornata al 2011.

Nella classificazione europea le politiche del lavoro vengono suddivise in tre gruppi: servizi per l’impiego e orientamento, politiche attive (formazione e incentivi), politiche passive e prepensionamento. Quindi con le politiche per il lavoro il pubblico interviene in tutto l’arco della vita lavorativa. Le misure LMP coprono interventi finalizzati a fornire alle persone nuove competenze o esperienze di lavoro in modo da incrementare la loro occupabilità o a incoraggiare gli imprenditori a creare nuovi posti di lavoro e assumere disoccupati e popolazione di altri target. Le misure includono varie forme di intervento che attivano un disoccupato e altri gruppi obbligandoli a partecipare in diverse forme di attività in aggiunta alle azioni “minime” di ricerca di lavoro, con lo scopo di incrementare le opportunità di trovare alla fine un regolare impiego.