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CONSERVATORI/ I difensori del posto fisso stanno ammazzando l’Italia

I sindacati di fronte alla crisi, spiega STEFANO CINGOLANI, sembrano accomunati da una preoccupazione: non cambiare nulla o, se si è proprio costretti, il meno possibile

Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti e Susanna Camusso (Infophoto) Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti e Susanna Camusso (Infophoto)

Enrico Giovannini, spazientito, ha lanciato una sorta di ultimatum: o si trova un accordo per l’Expo entro il 15 settembre o interviene il governo. Un altro rinvio, esami di riparazione, nemmeno fossimo a scuola. D’altronde, il via vai di sindacati nell’ufficio del ministro non ha mostrato altro che le solite divisioni e l’eterna litania dei non possumus. Sperimentare “la flessibilità buona”, come la chiama lo stesso Giovannini, per un periodo consistente, ma limitato? Susanna Camusso alza il libretto dei diritti come fosse quello rosso di Mao. Raffaele Bonanni contrappone la busta paga: flessibili sì, ma con salario più alto; e vuole coinvolgere tutto l’ambaradan delle istituzioni territoriali. Entrambi hanno le loro ragioni, fanno un mestiere difficile in tempi di crisi, ma entrambi sembrano accomunati da una preoccupazione: non cambiare nulla o, se si è proprio costretti, il meno possibile, rilanciando la palla sempre in avanti. Come prescrive il manuale del perfetto conservatore.

L’Ocse ha appena pubblicato il suo rapporto dal quale emerge che esiste un problema molto serio di disoccupazione, più in Europa e meno negli Stati Uniti. Ovunque i giovani sono particolarmente vulnerabili, anche se la loro è una emergenza strutturale, di medio periodo, mentre sul piano congiunturale il problema riguarda i lavoratori adulti con basso livello professionale, i quali, una volta espulsi, difficilmente saranno reimpiegati. Se per i giovani il dilemma è precariato o disoccupazione, per gli altri non c’è spazio nemmeno a tempo determinato. L’Ocse mostra anche quanto sia diversa la situazione da Paese a Paese e questo dipende dalle specifiche condizioni del mercato del lavoro, sottolinea Stefano Scarpetta, direttore per lavoro e affari sociali che ha firmato il rapporto.

Per capire come sono andate le cose dall’inizio della crisi a oggi prendiamo il jobs gap, cioè la differenza tra l’occupazione odierna e quella potenziale stimata dall’Ocse. Tra i grandi paesi la situazione peggiore è in Spagna, la migliore in Germania. L’Italia sta in mezzo, con una particolare sofferenza tra i giovani e i lavoratori generici. Particolarmente allarmante è il livello dei Neet. cioè dei ragazzi che non studiano e non lavorano, ormai arrivati a uno su cinque. In Germania, invece, il tasso disoccupazione tende a scendere sotto i cinque punti (siamo ormai al pieno impiego) e quello dei giovani è di poco superiore a sette. Come mai?

Ha aiutato senza dubbio la rapidissima ripresa dopo la recessione del 2008-2009. Ma non soltanto. Anche se la via maestra è lo sviluppo e la fonte primaria è l’impresa, e anche se, come si è più volte scritto, i tedeschi hanno saputo trarre beneficio dalla moneta unica anche a spese di altri membri dell’eurozona, bisogna tener conto delle politiche del lavoro. Dieci anni fa la disoccupazione giovanile era molto alta, poi il “patto per la formazione” tra imprese e lavoro ha creato quel che viene chiamato il sistema duale, che consente ai giovani d’imparare il mestiere direttamente in azienda.