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Lavoro

RIFORMA PENSIONI/ Tra news e “privilegi”, i consigli per scriverla pensando anche ai giovani

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Diventa difficile spiegare e, soprattutto, giustificare moralmente tutto questo agli occhi dei ventenni e dei trentenni di oggi, che sempre con più difficoltà riescono a entrare nel mondo del lavoro e a garantirsi una contribuzione pensionistica stabile, ma non è facile nemmeno spiegarlo agli attuali cinquantenni e sessantenni, che a colpi di riforme si vedono spostare sempre più in là l’agognato traguardo, in una sorta di rincorsa che a volte assume tratti grotteschi. Tutto questo in un quadro che si viene a creare di crescente scontro e conflitto intergenerazionale.

La Riforma Fornero ha introdotto il sistema contributivo, ciò significa che le future pensioni dei più giovani saranno calcolate sulla base dei contributi effettivamente versati nell’arco della propria vita lavorativa. La gran parte dei pensionati attuali riceve invece pensioni basate sul metodo retributivo, e quindi completamente slegate da quanto effettivamente versato, ma proporzionate agli stipendi degli ultimi anni e quindi tendenzialmente più elevate. Consideriamo che oggi il costo del lavoro in Italia è elevato e poco competitivo, soprattutto a causa dell’ampiezza del cosiddetto cuneo fiscale, cioè della differenza tra quanto paga l’azienda (molto) e quanto riceve il dipendente (poco) e che su questo divario hanno un impatto significativo i contributi previdenziali. Se uniamo i puntini ne possiamo dedurre che oggi assumere lavoratori giovani costa parecchio perché questi devono sorreggere un sistema previdenziale costruito su logiche che non li riguarderanno più e che comunque non sarà in grado di fornirgli un trattamento pensionistico adeguato o paragonabile a quanto goduto dai loro genitori.

A questo punto si inserisce un meccanismo tutto all’italiana che và in parte a riequilibrare la situazione, con figli e nipoti sempre più spesso costretti a richiedere l’aiuto economico di genitori e nonni per riuscire a fare passi importanti nella propria vita. Un meccanismo che probabilmente contribuisce anche a ritardare il momento in cui è possibile allontanarsi dal proprio “nido”, riuscendo a stare in piedi con le proprie forze economiche.

Sono facili da immaginare, ma talvolta anche da osservare, la distorsioni che un meccanismo perverso di questo tipo può innescare. Ad esempio, una mancata responsabilizzazione delle nuove generazioni che spesso possono essere indotte, magari inconsciamente, a pensare di poter sempre contare sull’aiuto economico di qualcuno, oppure l’impossibilità di una piena, libera e autonoma realizzazione personale indipendente dalle benevoli, ma talvolta inopportune, ingerenze dei genitori.

Sarebbe opportuno considerare di intervenire a monte del problema e chi oggi predica maggiore equità sociale nel sistema previdenziale farebbe bene a ricordarsi anche di questi aspetti e di queste conseguenze. Le possibilità di intervento ci sono, ma si scontrano contro la volontà politica e istituzionale di adottare misure impopolari contro lo status quo e le posizioni acquisite. Il tema delle “pensioni d’oro” non è più rimandabile, nonostante il recente altolà della Consulta, che ha bloccato il cosiddetto “contributo di solidarietà” così come era stato impostato. Rimane il fatto che ci sono circa 740 mila pensionati che percepiscono mensilmente dall’Inps oltre 3 mila euro (si tratta di meno del 5% del totale pensionati, che assorbe il 15% circa dell’intera spesa previdenziale) e la questione va affrontata . Inoltre, perché non verificare seriamente la fattibilità di un “contributo di solidarietà” anche a carico delle baby pensioni che presentano uno sbilanciamento così evidente tra prestazioni pagate e ricevute? Così come non sarebbe forse più equo, dal punto di vista generazionale, capire se e come intervenire sullo squilibrio così marcato e sul differenziale che si verrebbe a creare tra chi riceve una pensione calcolata con metodo retributivo e chi la riceverà calcolata con metodo contributivo?