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Lavoro

RIFORMA PENSIONI/ Tra news e “privilegi”, i consigli per scriverla pensando anche ai giovani

In Italia esiste un evidente squilibrio intergenerazionale in tema di pensioni. SIMONE MORETTI analizza le cause di questo fenomeno e anche le possibili soluzioni

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Si potrebbe dire che l’Italia è un Paese per vecchi, rivisitando il titolo del celebre film dei fratelli Coen, e forse non è nemmeno necessario scomodare le statistiche demografiche per rendersene conto: basta osservare i meccanismi di funzionamento della nostra società, le incrostazioni corporative, la drammatica fossilizzazione sui privilegi acquisiti, tanto difficili da smontare e che non permettono una reale modernizzazione dello Stato e della società in generale. Il tutto si riflette e viene amplificato dalle scelte politiche e sociali di un Paese in cui raramente vengono considerate le istanze delle generazioni più giovani, la cui rappresentanza nelle “stanze dei bottoni” è generalmente inesistente o, quando presente, assume valore puramente simbolico.

Nelle ultime settimane l’agenda del Governo Letta si è arricchita di una vera e propria “novità”, per essere ironici, nel dibattito politico nazionale: la riforma delle pensioni. Ancora non si sono spenti i riflettori sulla contestata Riforma Fornero, ma già si pensa a una sua rivisitazione con l’obiettivo di renderla più flessibile e meno spigolosa, più equa, si dice. Inutile nascondersi dietro falsi moralismi: è ovvio che qualche tipo di intervento fosse necessario al fine di garantire una sostenibilità credibile, per una voce di spesa che assorbe una quota importante del bilancio pubblico (circa il 30%, rispetto a una media Ue del 16% - dati rapporto Ocse “Pensions at a Glance 2009”), considerando anche il progressivo invecchiamento della popolazione italiana.

Non dimentichiamoci, però, che sulla situazione attuale pesano sicuramente le oggettive considerazioni demografiche, ma certamente hanno un impatto determinante le politiche poco lungimiranti che per decenni hanno scaricato il problema della sostenibilità del sistema pensionistico sulle generazioni future, spesso utilizzandolo come leva e strumento per la creazione del consenso e della base elettorale. Le “baby pensioni” sono solo la punta dell’iceberg, ma sono l’esempio più famoso ed eclatante delle politiche scellerate adottate in passato. Il decreto che le ha introdotte nel 1973 prevedeva per il settore pubblico la possibilità di andare in pensione con un anzianità lavorativa di 14 anni sei mesi e un giorno per le donne con prole, 19 anni sei mesi e un giorno per gli uomini.

La curiosità spinge a cercare di capire l’impatto che un provvedimento di questo tipo può aver avuto e così si scopre che ancora oggi, secondo una tabella elaborata dall’ufficio studi di Confartigianato, quasi 17.000 di queste baby pensioni (su un totale di circa 530.000) riguardano persone che hanno lasciato il lavoro a 35 anni di età. Considerando che l’età media stimata è salita a 85,1 anni, stiamo parlando di più di 50 anni di pensione. Ovvero ci sono cittadini che hanno riscosso in assegni pensionistici tre volte quanto hanno versato in contributi. È vero che la spesa complessiva per le baby pensioni è “solo” il 5% (circa 9 miliari e mezzo) del totale della spesa pensionistica, ma fa riflettere pensare che corrisponda al doppio del costo annuo stimato da Confindustria per tutti i 180.000 eletti del sistema politico, la cosiddetta “casta”.