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IL CASO/ Posto fisso addio, c’è una flessibilità che garantisce di più i lavoratori

In un mondo in cui il posto fisso è anacronistico, spiega DANIEL ZANDA, non si può confondere il precariato con la flessibilità buona che garantisce degli importanti diritti

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Il 2015 è ormai alle porte. C’è grande aspettativa per l’Expo, contornata da quel mix tra scetticismo e realismo tutto italiano: enorme è la preoccupazione di non riuscire a sfruttare questa (ennesima) grande occasione; questo pessimismo non è del tutto immotivato, infatti la “cabina di regia” per l’Expo è sostanzialmente ingessata. Tra i vari temi all’ordine del giorno, uno su tutti riguarda i contratti di lavoro. Non voglio entrare nel merito dei provvedimenti, ma cercare di dare un contributo sul dibattito, già ampiamente ospitato su queste pagine, riguardo posto fisso, buona flessibilità e precariato.

Partiamo dalla prima distinzione, forse quella più complicata, tra flessibilità (o buona flessibilità) e precariato. Quando un contratto, pur nella determinatezza della sua durata, può dirsi flessibile e non precario? Noi della Felsa-Cisl crediamo che la buona flessibilità sia quella contrattata, dove il prezzo della temporaneità lavorativa non ricade tutto sul lavoratore, ma è l’impresa a farsene carico. Questa non è utopia, perché nel lavoro in somministrazione (tramite le Agenzie per il lavoro) è già così. Il lavoratore percepisce la medesima retribuzione applicata ai dipendenti assunti direttamente dall’impresa utilizzatrice, ma costa di più all’azienda, perché l’Agenzia per il lavoro deve versare il 4% del monte retributivo agli Enti bilaterali del settore, che erogano prestazioni di carattere passivo (sostegni al reddito, assistenza sanitaria, tutela per maternità e infortuni) e attivo (formazione professionale e continua).

Può quindi un lavoratore in somministrazione dirsi precario? Io direi di no, anche se non ha il posto fisso, perché intorno a sé ha un sistema composto da Parti sociali e datoriali che gli offrono degli strumenti per arricchire il suo percorso professionale: dopo la scadenza del contratto di lavoro potrà beneficiare di un sostegno al reddito aggiuntivo rispetto a quello corrisposto dall’Inps e potrà avviare percorsi di riqualificazione e ricollocazione.

Un sindacato nuovo, che guarda con realismo all’evoluzione dei tempi, non resta spettatore del cambiamento, ma cerca di governarlo e agire con protagonismo. Non vogliamo che tematiche di natura contrattuale vengano regolamentate tramite decreto. Siamo pronti a mettere in campo la nostra responsabilità di Parti sociali e, in logica sussidiaria, a contrattare la flessibilità lì dove si gioca lo scambio tra esigenze del lavoratore e necessità dell’impresa.