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IL CASO/ Se lavorare mezz’ora in più diventa una notizia

Il nostro Paese, spiega NICOLO’ BOGGIAN non può pensare di ripristinare condizioni di competitività congelando le dinamiche del mondo del lavoro alla situazione dei decenni scorsi

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In questi giorni leggiamo una serie di veri esempi di cosa sono notizie e cosa non lo sono o non dovrebbero esserlo. Per quanto riguarda la seconda categoria annovererei certamente quella che si riferisce alla vicenda della Joint & Welding di Sedico (Belluno). Per chi non seguisse le cronache, si tratta di un’azienda in cui i lavoratori hanno concordato con l’imprenditore di lavorare mezz’ora in più a parità di salario per aumentare la produttività e l’efficienza del lavoro.

Premesso che gli auguro che la strategia sia utile e vincente, anche sapendo come il costo del lavoro non sia spesso una variabile strategica come l’innesto di professionalità e di principi organizzativi a ogni livello aziendale, mi viene da sorridere a pensare al grande clamore che questa scelta ha sollevato su media e opinione pubblica. Svegliati dal sonno degli ultimi vent’anni, si accorgono o gli è imposto di accorgersi che il mondo è cambiato e che non solo alla Joint & Welding, ma in migliaia di aziende italiane e multinazionali, l’orario di lavoro sancito dalla legge è di 40 ore, ma in realtà se ne lavorano spesso 50, se non 55 e 60, andando a far benedire ogni principio di work life balance.

Forse fa comodo ad alcune categorie professionali e sindacali pensare che le prescrizioni di legge imposte dai contratti collettivi siano un’ancora cui aggrapparsi disperatamente, ma dovranno costringersi a capire che nel momento in cui un’impresa, un servizio o uno Stato non sono sostenibili e rischiano il fallimento non ci sono diritti che tengano, ma siamo tutti alla mercé della contingenza e dell’emergenza.

Più che stupirsi dell’ovvio, e più che aggrapparsi ai sogni del ‘68, farebbero bene a pretendere un cambiamento nel Paese a partire dalle cause reali che determinano da più di un ventennio il deterioramento della vita economica e che riguardano il cattivo rapporto pubblico/privato, l’assistenzialismo a pioggia, l’assenza di una politica industriale assennata e proiettata al futuro e la quasi totale demeritocrazia che investe tutto il Paese, a partire dalle aule scolastiche, passando per i tribunali e per arrivare agli apparati dello Stato.

Sullo stesso piano vedo la questione Expo, dove, dopo meno interminabili trattative del solito, è stato partorito un “topolino” di flessibilità del tutto ragionevole, che non avrebbe dovuto impiegare non più di cinque minuti per essere ratificato, e che ci obbligherà a dover sentire la retorica di come di fronte alla responsabilità nazionale diventiamo tutti più saggi e ragionevoli. Davvero pensiamo che una società di scopo nata per organizzare un evento debba garantire condizioni permanenti di occupabilità per il Paese? Semmai attrezziamoci perché le medesime condizioni ragionevoli siano estese all’indotto di Expo e a tutte le start-up che nasceranno da qui al 2015.