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Ecco perché la riforma merita di essere completata

Elsa Fornero (Infophoto) Elsa Fornero (Infophoto)

Il secondo, fortemente correlato al primo: le politiche attive. La Riforma ha infatti menzionato esplicitamente la possibilità da parte delle aziende di ricorrere all’outplacement e ha indicato la necessità di un tavolo sulle politiche attive per il lavoro. Non basta però di certo una semplice raccomandazione per cambiare la cultura di un Paese. Non è in effetti un caso se la percentuale di aziende che ha fatto ricorso all’outplacement è rimasta stabile al 2%, prima e dopo la Riforma. La sfida, non ancora colta, è quella di proporre un patto alle imprese: in cambio di una flessibilità in uscita più trasparente, certa e meno costosa, chiedere loro di farsi carico della ricollocazione delle persone attraverso l’utilizzo di società di outplacement, con beneficio per tutti gli attori in gioco e con evidente risparmio per il Sistema Paese. Così come spiace notare che non si sia dato seguito all’indicazione di mettere mano a un efficace sistema di politiche attive nazionali: occorre infatti assumere con urgenza decisioni in merito a questioni fondamentali, come quella del rapporto tra politiche attive e politiche passive. Se sia ,ad esempio, più opportuno - e in che misura - garantire sussidi o puntare sulla “riattivazione” della persona; come configurare adeguati servizi per il lavoro, così da aumentare “occupabilità” e capacità di generare valore per le imprese; quale rapporto tra pubblico e privato, tra Stato e Regioni, tra governance e accreditamento, tra competenze e risultati. Temi, questi, davvero improcrastinabili.

Il terzo: l’apprendistato per i giovani. Circa questo fondamentale strumento di introduzione al lavoro basti dire che a un anno dalla Riforma il numero degli inserimenti risulta invariato: fermo al 6,4%. Sull’apprendistato - come già sottolineato in passato - occorre fare chiarezza una volta per tutte: si tratta di uno strumento che nasce per orientare l’imprenditore a investire sulla formazione delle persone, in modo da indurre a un forte impegno entrambe le parti. Bisogna dunque sanare l’equivoco secondo cui questo contratto dovrebbe essere in primis flessibile ed economico, indipendentemente dall’impegno formativo, come se si trattasse di uno strumento di puro avviamento lavorativo. Se, come è essenziale fare, si vogliono aiutare le aziende a puntare sulla formazione delle persone, allora occorre incentivare fino in fondo lo scopo formativo dell’apprendistato, per esempio eliminando le procedure inutili, azzerando i costi contributivi e riducendo significativamente i minimi retributivi.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di una politica che non si limiti a criminalizzare l’avversario, propagandando come propria ricetta la stigmatizzazione strumentale di quanto compiuto dal predecessore, ma che, piuttosto, individui una strada maestra - che, aziendalmente, viene definita strategia - capace di valorizzare al meglio quanto di buono è già stato compiuto, per proseguire con decisione nel cammino intrapreso. Occorre quindi essere determinati nel non limitarsi a iniziative di breve periodo, ma, al contrario, perseguire visioni di lungo termine, per non divenire ostaggi di interessi particolari ed estemporanei, che tendono a favorire comportamenti opportunistici, sempre più inadeguati nell’attuale contesto.

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