BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Ecco perché la riforma merita di essere completata

La riforma Fornero ha presentato un disegno organico sul mercato del lavoro, rimasto purtroppo incompiuto. Bisogna lavorare ancora, spiega STEFANO COLLI-LANZI, su almeno tre fronti

Elsa Fornero (Infophoto) Elsa Fornero (Infophoto)

www.scolliniamo.it

Una direzione certamente positiva, ma che non tutti hanno compreso sino in fondo. Un cammino incominciato, ma interrotto un po’ a metà e che, proprio per questo, rischia di lasciare una percezione più negativa che positiva. Ecco il giudizio che emerge - a un anno dall’entrata in vigore della Riforma Fornero - esaminando i principali dati che provengono dalla voce delle aziende. E dall’indagine effettuata dall’Osservatorio Permanente di Gi Group Academy sulla Legge 92/2012 appare anche con chiarezza che, proprio in virtù di questa percezione negativa, le imprese hanno cercato scorciatoie, ritornando ai comportamenti precedenti la nuova Legge.

Da questa analisi vogliamo procedere per riprecisare il nostro pensiero circa i principali punti toccati dalla Riforma. Riconoscendo, innanzitutto, che con la legge Fornero ci siamo finalmente trovati al cospetto di un pensiero strategico, capace di organicità e, dunque, di ricondurre a unità - in modo peraltro condivisibile - le principali decisioni su temi apicali del mercato del lavoro, quali la flessibilità in entrata e in uscita, le politiche attive e l’inserimento dei giovani; e, questo, nonostante ci si trovasse a legiferare in condizioni di emergenza e in tempi ristretti. Proprio per tali ragioni, probabilmente, il disegno non è risultato integralmente compiuto, come avrebbe invece potuto essere; e proprio per questo, ancor di più, occorre ora essere molto fermi e determinati nel condurre a termine il percorso intrapreso, senza cedere alla tentazione offerta da provvedimenti reattivi e di breve respiro, che ci farebbero tornare pericolosamente indietro. Quali, dunque, in estrema sintesi, i capisaldi da tenere in chiara evidenza e su cui a nostro avviso procedere in un cammino di ulteriore sviluppo?

Il primo: la flessibilità in entrata e in uscita. Per riportare al centro il contratto a tempo indeterminato si è giustamente intervenuti puntando ad aumentare la flessibilità in uscita e limitando, d’altra parte, le forme di cattiva flessibilità. Non si è però, purtroppo, giunti sino a incentivare con decisione le forme di flessibilità buona, maggiormente in grado di garantire la necessaria sicurezza ai lavoratori (in termini, ad esempio, di supporto alla formazione e alla continuità professionale), consentendo nel contempo alle aziende di fruire della davvero irrinunciabile flessibilità in un contesto sempre più competitivo. Non possiamo certamente considerare salvifico, a questo proposito, l’intervento dell’attuale governo che, correggendo la correzione della Riforma Fornero sullo stop & go, ha nuovamente e impropriamente indicato nell’uso dei contratti a tempo determinato la via privilegiata alla flessibilità, anche quando questi vengano inopportunamente utilizzati per gestire le numerose reiterazioni dello stesso incarico. Resta inoltre da condurre a termine la costruzione della strada migliore per la flessibilità in uscita, oggi considerata dalle imprese ugualmente faticosa e più costosa che in passato.