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IL CASO/ Perché lo Stato "uccide" la scuola che trova lavoro ai giovani?

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Nel “decreto del fare” vi è un punto specifico che punta a rilanciare l’istruzione professionale statale di tre e cinque anni. Per le regioni virtuose calano le risorse per i loro percorsi di istruzione e formazione e le si induce a svolgere un ruolo secondario rispetto a un percorso che non è efficace né scolasticamente, né professionalmente. Nelle proposte delle Regioni la difesa del loro esistente prevale sul bene dei ragazzi. Per questo ha la meglio un vizio ideologico a favore dello statalismo, anche perché la maggioranza delle Regioni non ha normato l’accreditamento degli operatori privati e vieta di fatto la complementarietà delle proposte.

Se lo Stato vuole realmente svolgere il proprio ruolo sussidiario in questo campo punti a sostenere il positivo che c’è. Metta tutte le risorse (locali e nazionali) a disposizione del sistema che funziona e intervenga solo dove le Regioni non sono in grado di operare. Scommettendo sul positivo sono certo che formatori capaci e sistema delle imprese saranno in grado di realizzare in breve tempo un modello di scuola che crea professionisti dei lavori manuali e lavoro. Capaci magari di superare in pochi anni anche il modello tedesco di cui oggi parliamo con invidia.

Ci vuole però una forte volontà di mettere da parte ogni particolarismo e badare tutti a quel bene comune che è assicurare a ogni giovane l’opportunità di sviluppare le proprie competenze professionali e intellettuali.

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