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Lavoro

IL CASO/ Perché lo Stato "uccide" la scuola che trova lavoro ai giovani?

I corsi di istruzione e formazione professionale delle Regioni danno in alcuni casi risultati eccezionali, ma vengono ora messi in forte discussione. MASSIMO FERLINI ci spiega perché

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Con gli interventi di programmazione a carico delle Regioni, ormai da tempo i corsi di istruzione e formazione professionale hanno in alcuni territori affiancato i percorsi di istruzione professionale statali. Il confronto dopo cinque anni è decisamente a favore delle scelte regionali. In Lombardia gli studenti di istruzione e formazione sono passati da 5 mila a circa 55 mila, contro i 10 mila dei percorsi statali. Lo Stato svolge quindi realmente una funzione sussidiaria. Ma ciò che conta maggiormente sono i risultati conseguiti. In questi corsi i ragazzi vedono valorizzata la loro competenza e, ottemperando all’obbligo scolastico, sviluppano anche attitudini pratiche per una professionalità svolta in laboratori supportati da personale di impresa e tramite stage nelle aziende che affiancano tali scuole. Essendo inoltre percorsi scolastici a tutti gli effetti, i ragazzi possono non fermarsi dopo tre anni e decidere di proseguire con quarto e quinto anno ed eventualmente poi entrare in percorsi universitari.

I risultati positivi di questi percorsi sono da vedere sotto due aspetti. Da un lato è un importante contributo al recupero scolastico. Non dimentichiamo che il 18% dei giovani non conclude la scuola e che comunque il solo percorso scolastico non garantisce uscite con competenze professionali. In questo caso, invece, oltre al rispetto dell’obbligo formale, lo studente ottiene competenze professionali specifiche in base al percorso scelto. In secondo luogo, possiamo dire che è una scuola che crea lavoro, visto che entro sei mesi dalla conclusione della scuola oltre il 35% dei giovani trova un inserimento lavorativo.

Come si è riusciti a ottenere in breve tempo risultati così eclatanti sia sul versante scolastico che lavorativo? Alla base c’è la restituzione alle famiglie della libertà di scelta, perché i fondi messi a disposizione dalla Regione vanno alla scuola dopo la scelta operata dalle famiglie per le iscrizioni. E così i formatori capaci solo di scrivere bei progetti per vincere appalti sono messi da parte. Oltre a ciò, vi è l’importante collaborazione obbligatoria fra imprese e operatori della formazione. Non vi è corso, sia esso per estetisti, come per orafi o per cuochi, che non veda la partecipazione di “insegnanti” messi a disposizione da imprese o associazioni di imprese del settore specifico. La valutazione, sia delle famiglie che delle istituzioni è presto fatta di fronte alla funzionalità delle sedi e ai risultati conseguiti.

Un sistema dove si ottengono risultati così dovrebbe essere il benchmark a cui tutti dovrebbero tendere. Addirittura potrebbe essere la soluzione per quel contratto di apprendistato di primo livello che non è mai decollato per l’incapacità di separare parte obbligatoria dell’istruzione da formazione al lavoro e per l’eccessivo costo scaricato sull’impresa. Invece, però, di pensare agli sviluppi possibili di un tale modello vincente, il fenomeno che si presenta oggi è quello di creargli ostacoli dove ha dato il meglio di sé.