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FIOM VS. FIAT/ Non solo Marchionne, anche il Governo finisce nei "guai"

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La Corte costituzionale non abroga il principio in discorso, ma riconduce la rappresentanza non alla sottoscrizione del contratto collettivo, ma alla sola partecipazione alla negoziazione, anche senza la conclusiva sottoscrizione del contratto. La decisione - non ancora nota nelle motivazioni - che vuole risolvere un problema di democrazia sindacale all’interno della fabbrica, politicamente pone più di un interrogativo.

Innanzitutto, bisogna ricordare che il problema principale è derivato dalla circostanza che la democrazia sindacale è integralmente organizzata fuori dal disegno costituzionale e in particolare da quelle prescrizioni dell’art. 39 della Carta che sembrano essere state scritte nell’acqua. Di qui gli annosi problemi sulla nozione di “rappresentanza” dietro i quali i sindacati hanno giocato nel corso degli anni ‘70, ’80 e ’90 una partita complessa, in parte di supplenza politica del potere dei partiti, e in parte limitativa della democrazia all’interno della fabbrica.

La vicenda dei sindacati italiani è diversa da quella dei sindacati francesi, inglesi e tedeschi. In Italia, il sindacato è risultato più interessato a un ruolo di politica economica nazionale, piuttosto che di politica aziendale; di qui la differenza con quello francese. Inoltre, ha rifiutato ogni forma di responsabilità aziendale ed è questa la differenza con il sindacato tedesco; ma anche ogni responsabilità politica effettiva, come nel caso dei sindacati inglesi. Il sindacato italiano è stato pago di questo ruolo politico nazionale, anche se sul piano della responsabilità la rappresentanza sindacale è stata per lungo tempo ampiamente sbilanciata. Inutile dire che ciò sul piano aziendale tornava comodo anche alla controparte padronale, a Confindustria, perché in ultima analisi questo sistema di relazioni si traduceva in un incremento della spesa pubblica di cui anche imprese immeritevoli si avvantaggiavano.

La contestazione che ha investito i sindacati della “triplice”, con la nascita dei sindacati non controllati da Cgil Cisl e Uil, metteva in discussione proprio questo tipo di relazioni industriali, considerato poco vantaggioso dai lavoratori in seno alle aziende. La contestazione consentiva ai nuovi soggetti sindacali di intervenire sul piano della contrattazione e stipula dei contratti collettivi e sulla politica aziendale, piuttosto che sulla politica economica generale. Quando la Fiat decise di rifiutare il modello di relazioni industriali consolidato, uscendo da Confindustria, aveva in mente - anche per via della crisi economico-finanziaria - un altro sistema di relazioni fondato sull’azienda e sull’accordo interno alla fabbrica in una logica nella quale il sindacato avrebbe dovuto essere posto in posizione servente rispetto alla politica del gruppo.

Alcuni sindacati hanno seguito la linea Fiat, allettati dalla conservazione di determinati livelli occupazionali e di fantomatici investimenti quantificati in oltre 20 miliardi di euro. La Fiom diffidò della posizione del “padrone” e non sottoscrisse il contratto. Di qui l’asperità del confronto e la vicenda cui si lega la pronuncia della Corte costituzionale, che consente al sindacato negoziante, ma non sottoscrivente, di entrare nella Rappresentanza sindacale aziendale.


COMMENTI
08/07/2013 - Marchionne, che ci fai in Italia? (Claudio Baleani)

Se fossi Marchionne chiuderei gli stabilimenti in Italia. Non è un paese dove si possono fare investimenti di qualunque genere. E con la sentenza ci facciano quello che vogliono.