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SPILLO/ Se il posto fisso diventa una "sfortuna" per i lavoratori

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Ciò che si viene a creare è una schiera di menti con un potenziale incredibile, ma spesso prive di ambizioni, di curiosità e di desiderio di apprendimento, capaci di eccellere su singole attività e competenze, proiettate a svolgere grosso modo gli stessi compiti per l’intera vita professionale. Se qualcuno prova a rialzare la testa e cercare il cambiamento, difficilmente lo trova all’interno della stessa azienda (in Italia il concetto di job rotation è cosa per pochi intimi) e dall’esterno, come si è detto, raramente qualcuno è valutato per ciò che potrebbe saper fare, ma solo per quello che già sa fare.

Quanto può essere pericolosa questa impostazione in un periodo di crisi economica dovrebbe essere evidente e dimostrato dalla tragedia che osserviamo ogni giorno, con aziende che chiudono lasciando a casa non solo giovani, più o meno precari, ma anche cinquantenni e sessantenni, cresciuti e invecchiati con la stabilità e la certezza del posto fisso, abituati da una vita a fare lo stesso tipo di lavoro, impiegando e sviluppando sempre le stesse competenze e che si trovano senza armi a disposizione, privi della flessibilità mentale necessaria e della capacità e possibilità stessa di riqualificarsi e ricollocarsi.

Per le dinamiche che si stanno sviluppando in un contesto globale è probabile che negli anni a venire il mito del posto fisso seguirà sempre più la via del tramonto e sarà necessario dimostrare di avere capacità di adattamento a situazioni differenti. Chi avrà sviluppato più aspetti della propria professionalità, più competenze, magari in contesti differenti, potrebbe trovarsi con una marcia in più.

I “fortunati del posto fisso” oggi indubbiamente possono ancora godere di aspetti quali la possibilità di progettare il futuro con più serenità o di avere un accesso più agevole al credito, per esempio, ma è doveroso chiedersi se si stiano preparando in modo coerente per continuare a essere i “fortunati” del futuro. Sono pronti a mantenere una mente critica, aperta all’apprendimento, stimolata dalla curiosità e dalla voglia di crescere, affrontare nuove sfide, sviluppare più competenze e uscire dalla “zona di comfort”, ossia da quelle attività su cui spesso tendiamo a concentrarci perché sono quelle su cui ci sentiamo più sicuri e preparati? E le aziende cosa stanno facendo per preparare i propri collaboratori ad affrontare le nuove sfide in un mercato globale?