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Lavoro

GIOVANI DISOCCUPATI/ “I maestri del ’68 ci hanno lasciato senza lavoro”

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I risultati non si ottengono solamente in virtù dell’ammontare delle risorse economiche messe a disposizione, ma anche in funzione di come le stesse vengono utilizzate, di come è organizzato l’apparato interessato a gestirle. Che si chiamino Uffici di collocamento o Centri per l’impiego poco importa: negli ultimi dieci anni sono meno del 5% le persone che hanno trovato un lavoro passando attraverso i Centri presenti in Italia, aperti solo poche ore al giorno e, in media, per ogni operatore viene gestito meno di un candidato al giorno, oltre al fatto che il personale non è sempre adeguatamente qualificato. Altre sono le fonti più accreditate per la ricerca del lavoro, quali le agenzie di lavoro interinale, le rete di conoscenze amicali e parentali, i concorsi pubblici, il passaparola nell’ambiente di lavoro, internet, giornali e canali universitari.

 

Il momento recessivo della nostra economia e un mercato del lavoro regolato per lo più da logiche familistiche hanno reso particolarmente precario anche il giovane “virtuoso”, che non a caso va all’estero in cerca di fortuna. Quali sono le specifiche difficoltà che i giovani incontrano nel lavoro a seconda della fascia d’età?

 

Il problema dell’accesso dei giovani al mercato del lavoro è legato al fatto che in una società strutturata in clan, lobbies, familismo, tutto improntato al motto “tengo famiglia”, i valori dell’onestà, dell’impegno e del merito sono messi letteralmente sotto i piedi. Un giovane, seppur brillante, senza le adeguate conoscenze, senza spinte, senza infeudarsi in qualche lobbies, difficilmente potrà, per quanto capace, realizzarsi nel mondo del lavoro. Le logiche perverse che sino agli anni Ottanta erano prerogativa del settore pubblico, ora lo sono anche del privato, creando un cortocircuito sociale tale per cui i più capaci, i più meritevoli o sono costretti a emigrare all’estero, da sempre vera patria degli italiani meritevoli, oppure rimangono in Italia a deprimersi e farsi umiliare, stritolati dalla spirale di conoscenze e familismo che regola la vita economica di questo decadente Paese.

 

Chi sono i giovani che hanno più possibilità di salvarsi da questa situazione?

 

Sono proprio i più giovani, quelli sotto i trent’anni, in quanto per lo più non sposati, senza prole e senza mutui sul groppone: loro possono permettersi di essere più liberi di andarsene da questo Paese per cercare la meritata realizzazione professionale altrove. Mentre le generazioni dei trentenni e dei quarantenni, essendo per lo più sposati, con prole e mutuo a carico, sono più vincolati a svolgere la loro vita professionale in questo Paese, sono le generazioni perdute di questo Paese, quelle costrette a trascinarsi stancamente e con fare demotivato in un mondo del lavoro avaro di soddisfazioni e opportunità.

 

Come scrive Massimiliano Del Duca nella prefazione del suo libro, “appurato che il male italiano viene da lontano”, come all’interno della nostra società i giovani sono stati sempre più marginalizzati?

 

Come per altre fasce d’età, anche i giovani sono strumentalizzati da chi detiene anche solo un pezzettino di potere in questo Paese. I giovani negli ultimi decenni sono stati abbindolati e strumentalizzati da chi giovane non era più da un pezzo: come pifferai magici hanno fatto credere che esistesse per loro un mondo fatto di diritti e non di doveri, dove l’agognato “pezzo di carta” conquistato a tutti i costi in qualche modo sarebbe stato la panacea per ogni male, avrebbe aperto le porte a un futuro migliore, senza fatica, senza responsabilità. E questi pifferai li capisco, sono i reduci della “meglio gioventù” sessantottina che hanno vissuto non solo la loro giovinezza, ma anche gran parte della loro vita senza fatica, imbucati in uno dei mille uffici inutili che compongono l’elefantiaco e parassitario apparato pubblico italiano.

 

E che modelli si sono riversati sui loro figli?


COMMENTI
01/08/2013 - che depressione (Anna Alemani)

Personalmente trovo questo invito a lasciare l'Italia un po' superficiale. Siete sicuri di sapere cosa comporta in concreto lasciare l'Italia? sarebbe utile andare a chiedere a chi e' andato a "realizzarsi" professionalmente all'estero quale e' il prezzo da pagare per vivere e lavorare in un paese straniero. Soprattutto quando, non piu' giovanissimi, si tratta di crescere una famiglia lontano dalla propria famiglia e dalla propria cultura. Sapendo che piu' tempo passa piu' sara' difficile tornare a casa. Che si racconti anche questa realta', l'Italia apparirebbe piu' bella e magari anche degna di un'iniziativa positiva.