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IL CASO/ Il “moltiplicatore” per creare lavoro in Italia

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A ciò si devono aggiungere due particolarità del nostro sistema. Un forte squilibrio territoriale nord-sud e un tessuto imprenditoriale caratterizzato da tante micro e piccole imprese. Una nuova politica per fare crescere poli industriali nel Mezzogiorno è indispensabile. I cali occupazionali che nel nord sono conseguenti all’inizio della crisi del 2008 hanno avuto inizio nelle regioni del sud già cinque anni prima, segno che vi è un problema di carenza di presenze produttive indipendente dai fattori di crisi che caratterizzano le dinamiche economiche internazionali.

Per il nostro sistema di imprese fatto di tante Pmi è indispensabile promuovere capacità di aggregazione. La nuova via di crescita passa dalla capacità di andare sui mercati mondiali e per un’accresciuta capacità di utilizzare funzioni dell’economia della conoscenza per potenziare e innovare prodotti e cicli produttivi. A ciò si aggiunga la necessità di investimenti in ricerca e sviluppo che sostengano i settori innovativi. Sono obiettivi possibili, ma se perseguiti da reti di imprese, da nuove collaborazioni, cioè da nuova capacità di utilizzare competenze avanzate nel sistema produttivo ancora caratterizzato da dimensioni di impresa che non permettono al singolo imprenditore di porsi da solo tali obiettivi.

Una politica industriale finalizzata a sostenere tali scelte avrebbe anche capacità di attrarre investimenti dall’estero per imprese interessate a insediarsi in un Paese che ha una tradizione di lavoratori capaci di saldare creatività e capacità professionale. Certo, occorre avere una disponibilità ad abbattere quelle barriere burocratiche che oggi fanno sì che aprire un’attività produttiva assomigli a una corsa a ostacoli, mentre altri paesi fanno scelte per semplificare l’arrivo di insediamenti industriali.

Sappiamo che il lavoro non si inventa. Una nuova fase di crescita è indispensabile per tornare a far aumentare il tasso di occupazione. Favorire l’occupazione nei nuovi settori dell’economia della conoscenza (dal marketing all’export, nella green economy e nei nuovi servizi finanziari come nella salute) non solo risponde a dare sbocchi lavorativi qualificati, ma è anche moltiplicatore per creare nuova occupazione nei servizi a supporto riqualificando nel complesso la realtà economica del territorio. Studiare di più e lavorare di più sono obiettivi perseguibili. Non si tratta di chiedere sforzi in più a chi è già impegnato, ma si tratta di aumentare la qualità del capitale umano disponibile e far sì che più persone siano attive lungo tutto l’arco della vita lavorativa. Per questo serve una rete di servizi al lavoro pubblici e privati efficiente, capace di assicurare tutele universalistiche a chi deve passare da lavoro a lavoro. Sostegno al reddito, disponibilità ad accettare nuove opportunità lavorative, formazione a sostegno dell’occupabilità delle persone.