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IL CASO/ Il “moltiplicatore” per creare lavoro in Italia

Una nuova fase di crescita è indispensabile per tornare a far aumentare il tasso di occupazione. Come avviarla? Ce lo spiega MASSIMO FERLINI che parlerà oggi al Meeting di Rimini

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In questi giorni, i primi dati positivi sul Pil a livello europeo dopo sei trimestri con segno meno fanno sperare in una svolta nella crisi che stiamo attraversando. Per il nostro Paese l’indice ci dice solo che il segno meno resta, ma ha rallentato e stiamo quindi recuperando. Fin dall’inizio di questa crisi abbiamo però sottolineato che non sarebbe bastato aspettare che passasse la nottata. Questa crisi ridisegna a livello internazionale i rapporti di produzione e quindi obbliga tutti a individuare sentieri di cambiamento che indichino una ripresa capace di far tesoro degli errori del passato e di individuare, per ogni Paese e per ogni sistema regionale, una nuova capacità produttiva in grado di dare lavoro e sviluppo.

Al nostro Paese sono state imposte in questi anni molte misure di austerità finalizzate a rivedere il forte indebitamento e la sua crescita trinata da una spesa pubblica anch’essa in crescita. Senza una nuova capacità produttiva l’unica ricetta applicata è stata quella di puntare su un aumento delle entrate con un loop che rischia di strangolare le possibilità di ripresa dell’economia. Ma per le imprese e per il lavoro abbiamo fatto tutto ciò che era possibile e necessario?

Al Meeting di Rimini abbiamo voluto porre questo quesito perché riteniamo che molto sia ancora da fare e che scelte per favorire le imprese e il lavoro siano indispensabili per aprire una nuova fase di crescita. Il panorama da cui partiamo è quello della realtà. Oggi abbiamo perso molte imprese. Il panorama offerto dalle zone industriali che caratterizzano la grande area di sviluppo dell’asse che unisce il nord con la costa adriatica formando un triangolo che ha rappresentato l’area di crescita è segnato da capannoni in disuso, magazzini vuoti che nascondono milioni di ore di cassa integrazione che non avranno nel rientro nello stesso luogo di lavoro la loro conclusione. Un modello di sviluppo caratterizzato da distretti industriali capaci di confrontarsi con l’economia mondiale è oggi in ripiego. In ogni area solo una parte delle imprese riesce a reggere attraverso l’export, ma la maggior parte subisce la crisi e perde quote di mercato.

Seguendo la lettura che viene dalla nuova geografia del lavoro, la possibilità di essere di nuovo protagonisti di una nuova fase di sviluppo industriale passa per la capacità del territorio di avviare imprese innovative nell’industria della conoscenza, aumentando gli investimenti in poli di ricerca e sviluppo e aumentando il capitale umano di alta formazione disponibile. Tanto facile a descriversi questa realtà, quanto difficile da perseguire, a partire dal passaggio a un impegno di medio-lungo periodo dopo una stagione di ubriacatura per risultati finanziari legati solo a crescite di brevissimo termine. Passare dalla speculazione alla capacità di impegnarsi per risultati a lungo termine è una sfida per tutti, che chiede prima di tutto un lavoro sulla persona per nuovi “io” creatori di sviluppo.