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RIFORMA PENSIONI/ Il dossier che mette a rischio il Governo Letta

Oltre agli interventi sugli esodati, sembra che il governo possa intervenire sulla riforma delle pensioni. Per GIUSEPPE PENNISI, l’esecutivo rischia molto su questo terreno

Enrico Giovannini (Infophoto) Enrico Giovannini (Infophoto)

Lo abbiamo anticipato, su questa testata, a luglio e lo abbiamo analizzato con un certo grado di dettaglio ad agosto: la vera mina che potrà far saltare il Governo Letta (che potrebbe essere seguito da un esecutivo di scopo Letta-2 mirato a una nuova legge elettorale) saranno, ancora una volta, le pensioni, tema che già in passato ha spesso innescato crisi di governo. Pochi giorni dopo la nascita del Governo Letta, diversi colleghi economisti e amici personali hanno raccomandato al ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Enrico Giovanni, di non toccare il “dossier” sulla previdenza, limitandosi, al massimo, a fare qualche aggiustamento per i cosiddetti “esodati”. Invece, pare che ci si avvii verso una nuova riforma della previdenza, prendendo lo spunto dalle “pensioni d’oro” e dalle “pensioni d’argento” per rimettere in discussione l’intera impalcatura che si è messa in atto faticosamente dalla riforma Dini del 1995.

Per di più ci sta imbarcando in questa avventura senza avere le statistiche di base, senza avere effettuato una stima dei costi e dei benefici, senza avere calcolato l’impatto distributivo e dopo più di una sentenza della Corte Costituzionale secondo cui occorre tenere conto (a qualsiasi fine, ma soprattutto a scopi perequativi) del reddito (e se si vuole del capitale) complessivo, non soltanto del trattamento previdenziale. Un personaggio di “Edipo Re” di Sofocle afferma: “Gli dei accecano coloro che vogliono perdere”. Ci si sta mettendo, a occhi bendati, in un vicolo cieco.

Nel 2001, a sei anni dalla riforma Dini, un gruppo di economisti (tra cui Mauro Maré, che ha lavorato molto strettamente con Giuliano Amato) aveva previsto (in una “Guida” alle riforme delle pensioni) che il sistema previdenziale contributivo avrebbe prodotto una divergenza tra le pensioni di quanti erano ancora titolari del regime retributivo e le giovani generazioni. La “Guida” aveva anche formulato una serie di proposte da attuarsi speditamente. Numerose sono state realizzate, ma tardivamente e spesso rendendo più complesso il sistema, ma anche più flessibile. È comunque già in atto un riordino complessivo che potrebbe in gran misura essere migliorato riducendo il numero di anni necessari per avere titolo a un trattamento (il “vesting”). I miglioramenti essenziali sono stati già indicati su questa testata.

Le quattro proposte di legge presentate in Parlamento non sembrano, però, tenerne conto. Alcune sono demagogia pura (e tentativi di intese tra Pd, Sel e M5S per giungere a “maggioranze” differenti dall’attuale). La proposta formulata da Scelta Civica può essere una buona base di partenza: colpirebbe le “pensioni d’argento”, oltre che quelle d’oro con un contributo di solidarietà progressivo e temporaneo, tale da ridurre il differenziale tra trattamenti previdenziali e contributi effettivamente versati in vita lavorativa. Non precisa ancora né l’entità del contributo, né il numero di anni per cui si dovrebbe versare. E, soprattutto, non prevede nulla per il vesting. Si scontra con due serie difficoltà tecniche, cui si aggiunge un ostacolo politico di non poco conto.


COMMENTI
26/08/2013 - Gira, gira,gira e le mega pensioni non si toccano (Corrado Rizzi)

Sentir parlare poi di senso civico da parte di chi guadagnando decine di migliaia di euro al mese, in modo abnorme anche rispetto a nazioni più forti e ricche della nostra, fa sempre più specie. Producendo pure una burocrazia inutile, farraginosa e dispendiosa: questo è ciò che han prodotto gli alti vertici dello stato. Bisogna dividere le previdenze. La previdenza sociale (INPS) spetta ai lavoratori dipendenti e non deve superare la soglia di 5 mila euro mensili. Tutti gli altri, se desiderano una pensione più alta, ci sono banche ed assicurazioni private. Si rivolgano a loro, privatamente, e si faranno le pensioni che vogliono, a loro spese. Se gli alti vertici dello stato si considerano lavoratori dipendenti si comportino come tali e si assumano la responsabilità delle decisioni che prendono. In termini economici evidentemente.