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Lavoro

TASSE/ Imu e lavoro, i segreti di un fallimento

Angelino Alfano ed Enrico Letta (InfoPhoto)Angelino Alfano ed Enrico Letta (InfoPhoto)

Secondo Luigi Einaudi "non esiste una distinzione sostanziale tra imposta sul reddito ed imposta sul capitale o patrimonio. L'una si converte automaticamente nell'altra. Tuttavia esiste una qualche distinzione formale; ed accade in questa materia tributaria che la forma, le apparenze, i miti abbiano una importanza grande". Una importanza politica, appunto.

A parte ciò, è arrivato il momento di discutere alla luce del sole su che cosa far gravare i tributi in un paese come l'Italia dove, ancor oggi, il peso nettamente maggiore è sul lavoro dipendente, sulle imposte dirette, nonostante la profonda trasformazione sociale avvenuta dai tempi della riforma Vanoni del 1951 o anche all'introduzione della ritenuta alla fonte nel 1973. Naturalmente, ciò può acuire le divergenze. La sinistra tradizionalmente vuole difendere i salari contro rendite e profitti. La destra è divisa tra le partite Iva e i rentiers. In mezzo ci sono infinite variazioni sul tema. Ma è bene che vengano alla luce divergenze culturali e conflitto tra interessi, poi si potrà trovare una mediazione, meglio ancora una sintesi generale. Esaurire le proprie energie in aggiustamenti marginali, non porta a niente.

Premessa di tutto è "dare col fatto la sensazione precisa che è finita l'era lunga dell'incremento continuo ed esasperante delle imposte", tanto per citare ancora Einaudi, quelle ordinarie sul reddito e ancor più il moltiplicarsi di balzelli che fanno sì che "in Italia nessuno crede, nemmanco a scuoiarlo vivo, che le imposte in futuro possano diminuire. Aumentare sì, diminuire mai". Einaudi scriveva nel 1946. Ma prendiamo tempi più recenti, gli ultimi dieci anni: ebbene la pressione tributaria è passata dal 28 al 30 per cento del prodotto lordo, quella fiscale (che comprende anche i contributi) dal 41 al 44%. Tutto ciò per inseguire inutilmente le spese che sono salite nello stesso periodo dal 44,7 al 48,1. Invertire questa tendenza sarebbe stata la vera soluzione di continuità.

E' facile replicare che una riforma di vasto respiro è poco realistica mentre siamo ancora in piena crisi e, soprattutto, non è nelle corde di un esecutivo d'emergenza. Invece no, come ha scritto Luca Ricolfi sulla Stampa. Perché le grandi coalizioni servono proprio per sciogliere i grandi ingorghi che impediscono di muoversi, per dipanare le matasse più ingarbugliate. Sembrava questa la logica di partenza anche per l'esperimento Letta. Con il passare delle settimane e dei mesi, invece, la spinta iniziale, l'ispirazione originaria, s'è perduta ed è prevalso il galleggiamento. Hanno vinto i conservatori sui riformatori, anche in materia di tasse, come sul lavoro, sulle imprese, nella politica bancaria, alfa e omega della crisi. E il governo delle larghe intese rischia di essere ricordato per quel che non ha fatto, mentre almeno Mario Monti può vantare la riforma delle pensioni e una stangata fiscale con la quale ha aggravato sì la recessione, ma ha messo al sicuro le finanze pubbliche asfaltando la strada per i suoi successori.

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COMMENTI
28/08/2013 - la sicurezza dei conti per il bene comune (antonio petrina)

Che il governo tecnico abbia messo i conti in ordine, almeno con il rientro della procedura di deficit eccessivo è realtà, ma è inevitabile realtà anche la recessione ereditata ed il debito pubblico di nuovo alle stelle, di cui ora il novello governo deve frenare è altrettanta inevitabile realtà e non semplice opinione, direbbe Pavese!