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Lavoro

IDEE/ Così scuole e università possono diventare agenzie per il lavoro

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Il contratto di apprendistato professionalizzante risponde solo in parte alle esigenze del mercato del lavoro reale. La caratteristica di essere un contratto a doppia valenza formativa e lavorativa non facilita il suo utilizzo. D’altro canto, i numeri dei contratti di apprendistato dimostrano che non può ritenersi l’unico strumento a supporto dell’impegno per il rilancio della occupazione giovanile. Diverso sarebbe un contratto permanente e di lavoro finalizzato al raggiungimento di determinate competenze professionali certificate che permetterebbe ai giovani di aumentare la propria occupabilità e alle imprese di non essere oberate da vincoli formali e burocratici.

Resta poi la necessità di un’offerta mirata per i Neet. Un’analisi specifica è però richiesta per questa categoria di giovani. Va premesso che oggi circolano valutazioni numeriche troppo aleatorie. Si dà spesso per scontato che i Neet siano pari a oltre tre volte il numero dei giovani disoccupati. Sarebbe il primo caso dove gli “scoraggiati” superano con una proporzione così squilibrata chi è attivo sul mercato del lavoro. Un’analisi statistica più precisa è indispensabile per definire progetti mirati ed efficaci. In ogni caso, tale categoria di giovani svantaggiati è composta da fasce di età molto diverse, con competenze ed esigenze variegate che richiedono interventi calibrati per tenere conto delle differenze.

Mentre per chi è già oltre l’età dei diplomati si tratta di promuovere una “emersione” attraverso un contatto con un Centro per l’impiego o un’Agenzia per il lavoro e quindi definire percorsi personalizzati di formazione/lavoro, si deve altresì recuperare anche la fascia più giovane. Ricordiamo che in Italia oltre il 18% dei giovani abbandona la scuola perlopiù senza concludere il percorso obbligatorio. Per questa fascia di ragazzi non può esserci solo un percorso lavorativo senza un tentativo di recupero di competenze formative.

Il contratto di apprendistato di primo livello potrebbe in questo caso essere la soluzione se però adeguato all’obiettivo che ci si propone. Un rapporto fra formazione professionale, obbligo scolastico e un terzo anno di formazione on the job direttamente presso l’impresa potrebbe aprire un nuovo canale contro la dispersione di risorse umane e lavorative importanti.

Certo, ciò richiede una disponibilità a rivedere costi e regole sindacali e burocratiche che oggi hanno pesato nel non fare mai partire questo livello di apprendistato. Ma in una fase come questa possiamo ancora permetterci di non affrontare il tema dei più giovani che lasciano la scuola per difendere i privilegi di qualche burocrazia?

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