BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

IDEE/ Così scuole e università possono diventare agenzie per il lavoro

MASSIMO FERLINI ricorda che la legge consente ai presidi e ai rettori di istituire vere proprie agenzie per il lavoro in grado di favorire il rapporto tra formazione e mondo delle imprese

Infophoto Infophoto

La disoccupazione giovanile è in crescita costante. Ogni intervento sul tema occupazionale segnala che questa è la questione principale del nostro mercato del lavoro, che pure è caratterizzato da forti squilibri. Certo, oggi il peso della questione giovanile ha assunto caratteristiche peculiari. Ma non è da oggi che l’Italia non è un Paese per giovani. Il tasso di disoccupazione giovanile era sceso alla fine degli anni ‘90, ma ora è tornato a essere quello di oltre 20 anni fa. Anche le proposte avanzate in questi mesi ricordano purtroppo proposte già sentite: agevolazioni per le assunzioni e contratti ad hoc che grazie alle agevolazioni si spera diventino stabili.

Se la questione giovanile non è un problema determinato solo da questa crisi merita di essere affrontato in modo più strutturale. Il percorso scuola-lavoro è rimasto difficile. L’orientamento sia nella fase di scelta dei percorsi scolastici che poi per l’ingresso nel mondo del lavoro è un servizio offerto casualmente e non generalizzato. Eppure, ormai da anni la legge Biagi assegna a presidi e rettori la facoltà di dirigere vere e proprie agenzie per il lavoro. Potrebbero cioè strutturarsi per offrire ai propri studenti tutta la gamma di servizi al lavoro fino a veri e propri inserimenti lavorativi. Sarebbe la più estesa rete di servizi per il lavoro che il Paese può darsi in poco tempo e rivolta alla fascia che necessita oggi di maggiori tutele.

Se l’offerta di opportunità per i giovani che sollecita l’Europa vuole diventare realtà non ci si può dimenticare che oltre i Centri per l’impiego e le Agenzie per il lavoro devono avere un ruolo nella governance e nell’offerta di servizi anche le sedi scolastiche e universitarie. D’altro canto, l’offerta di un’opportunità rivolta a tutti i giovani, se si vuole rispettare il principio di universalità, non può che essere fatta direttamente alla fine dei percorsi scolastici e di studio e non può essere rinviata a un ipotetico incontro dei giovani con i Centri per l’impiego. Ciò permetterebbe di puntare a reti effettive con le imprese del territorio per realizzare stage reali e verificare l’efficacia dei percorsi scolastici sulla base degli inserimenti al lavoro ottenuti.

Resterebbero poi i giovani disoccupati, circa 700.000, che non ritrovano lavoro. Per loro una proposta di orientamento ed eventuale formazione finalizzata a un inserimento lavorativo può essere la base (oltre a eventuali incentivi economici modulati sulla durata della disoccupazione) per reali servizi al lavoro offerti da una rete fatta dal pubblico e da operatori privati che operi costantemente sulle esigenze delle imprese locali.

Molto può ancora fare una formazione on the job. Ma dobbiamo intenderci sugli strumenti contrattuali. Tirocini e stage non possono essere la forma incontrollata e generalizzata per le assunzioni giovanili. Non sono contratti di lavoro, ma opportunità per prove di inserimento lavorativo e formativo. Avendo ormai acquisito la rete delle Cob (Comunicazioni obbligatorie) funzionante la si usi per mettere fine agli abusi e non si autorizzi più di uno stage a persona. Ciò ci rinvia alla questione di trovare una forma di inserimento lavorativo che sia un reale contratto di lavoro e che tenga conto della richiesta di flessibilità, certezza dei costi e onerosità che avanzano le imprese, soprattutto nel tessuto di Pmi che caratterizza il sistema economico italiano.