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CONTRATTI/ Apprendistato e 2° livello, le due "riforme" che fanno bene alla persona

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Certamente, simili convinzioni lasciano scettici quelli che ritengono che le soluzioni possano giungere solo dall'alto, con l'intervento dello "Stato", giudicando male ogni forma di "antropologia positiva", a ragione della scarsa fiducia nelle capacità della persona.    

Bene. Una volta, un fisico di sistema complessi mi disse che per dimostrare l'efficacia di un modello è sufficiente fornirne una proiezione empirica. Ed allora penso, essendo un giuslavorista, ai benefici che, ripartendo dalla persona, potrebbe trarne il nostro mercato del lavoro. Ad esempio, potrebbe  decollare il contratto di apprendistato che è volano dell'occupazione e che il legislatore, intervenendo dall'alto, ha invece soffocato con lacci e lacciuoli per il timore dell'abuso che se ne facesse.

È, ad esempio, il caso della regolamentazione di alcuni profili affidata alle regioni, alle province autonome o ai sindacati; o ancora dell'obbligo di stabilizzazione. Ed invece un artigiano, o per meglio dire una persona, con una bottega più o meno grande dovrebbe poter scegliere liberamente, senza dover badare ai vincoli imposti dall'alto, di formare sul lavoro un giovane in età scolastica, come accade in Germania, e poi di assumerlo a tempo indeterminato apprezzate le sue qualità. Allo stesso artigiano poco importa, ad esempio, che agli apprendisti sia garantita una formazione uniforme sul territorio nazionale in ossequio a principi di natura costituzionale. 

O ancora, ripartendo dalla persona, potrebbe, ben oltre l'accordo interconfederale del 28 giugno 2011, decollare la contrattazione di secondo livello, e dunque quella affidata alle persone che vivono in azienda, che è volano della produttività dell'impresa perché è in grado, molto più di quella nazionale, di stimolare i fattori di crescita di ogni specifico contesto produttivo. 

Insomma, cambiare passo - e dunque prima ancora prendere atto che la vecchia società è morta -   significherebbe cogliere l'opportunità che deriva dalla crisi, perché le tensioni fanno parte del processo del cambiamento e di crescita.

In fondo, come Carl Gustav Jung teorizzava, a partire da metà della vita, anche di quella di una società aggiungo, rimane vivo soltanto ciò che vuole morire con la vita: bisogna morire prima di morire, se non si vuole vivere morti nella vita. 

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