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LETTURE/ La ricetta controcorrente per la disoccupazione di lunga durata

In Italia, si sa, la disoccupazione sta diventando un problema molto forte. E la situazione è tragica soprattutto per i disoccupati di lunga durata, cioè che non lavorano da oltre un anno

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In Italia, si sa, la disoccupazione sta diventando un problema molto forte. E la situazione è tragica soprattutto per i disoccupati di lunga durata, che cioè non trovano più lavoro da oltre un anno e non godono di alcun sussidio. I cinque anni, stando ai dati del ministero del Lavoro, sono passati dai 704mila del 2007 agli oltre 1,4 milioni del 2012. Nel nostro Paese andrebbero quindi riviste le politiche attive del lavoro. Indicazioni utili in merito sono contenuti nel volume da oggi in libreria “Employability per persone e imprese”, pubblicato da Guerini e Associati all’interno della collana “Il futuro del lavoro, I lavori del futuro” in collaborazione con Gi Group Academy(la fondazione di Gi Group, prima multinazionale italiana del lavoro, nata per promuovere lo sviluppo della cultura del lavoro) e Intoo (società di Gi Group leader in Italia nei servizi di continuità professionale). Nel libro vengono riassunte anche le normative di Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Spagna. Da queste analisi appare chiaro che, se il licenziamento fosse accompagnato da programmi di ricollocamento costruiti intorno alle esigenze di ogni singolo lavoratore, il periodo di disoccupazione potrebbe essere notevolmente ridotto.

Secondo Tiziano Treu, curatore del volume, l’Italia sconta una sorta di deficit culturale che imprigiona le scelte in materia lavorativa in una logica di difesa passiva del posto di lavoro, a scapito dello sviluppo dell’employability: si crea così un circolo vizioso che conduce all’irrigidimento del mercato del lavoro, chiuso a qualsiasi tipo di evoluzione. “Con questa pubblicazione” aggiunge Stefano Colli-Lanzi, CEO di Gi Group, “desideriamo sollecitare una presa di coscienza dell’importanza dell’outplacement e del fondamentale valore delle politiche attive - ancora in larga parte da sviluppare - con l’obiettivo di mettere in evidenza che, almeno nel campo del welfare, esistono strade diverse dal tradizionale approccio esclusivamente assistenzialista”. 

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