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Lavoro

PACCHETTO LAVORO/ Tiraboschi: rischiamo di far scappare gli investitori stranieri

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Sarebbe facile cadere nella provocazione di alimentare la polemica sull’inefficienza dei servizi pubblici per l’impiego, ma non è questo il punto. Se davvero si vuole una “garanzia per i giovani” allora bisogna comprendere che questa è possibile solo attraverso una politica integrata che coinvolga scuola, istruzione, ricerca, mondo del lavoro e operatori del mercato del lavoro. Sperare che la “salvezza” contro la piaga della disoccupazione dei giovani possa provenire dalla messa in bilancio di alcune risorse aggiuntive è illusorio. Non è finanziando i centri per l’impiego che si creano posti di lavoro. È solo creando raccordi e ponti tra realtà che ancora oggi sono separate che si fa, invece, un investimento di lungo periodo perché realmente strutturale.

 

Al di là dei proclami, ritiene che il governo Letta si stia muovendo in continuità con la riforma Fornero o sia più vicino allo spirito della legge Biagi?

Come ho detto poc’anzi, si è trattato di un intervento ben poco riformatore perché, per quanto corredato da proclami pregevoli, non è riuscito a intervenire con una vera strategia orientata al cambiamento e alla modernizzazione del mercato del lavoro. Il Pacchetto Lavoro ha voluto ridurre le storture della precedente Riforma Fornero annunciando, nel contempo, di voler porre rimedio con misure innovative all’annoso problema della disoccupazione giovanile. Esito che non c’è stato vista la modesta intensità degli interventi. Se da una parte c’è stata un espressa volontà della Riforma Fornero di andare controcorrente rispetto alla Legge Biagi, determinando invero conseguenze peggiorative per il mercato del lavoro italiano, il Pacchetto Lavoro del Governo Letta non è stato in grado di modificare incisivamente le sue storture, risultando fortemente inadeguato.

 

A proposito di cuneo fiscale sono circolate ieri delle stime secondo le quali sgravando il costo del lavoro di 5 miliardi si possano al momento creare 30mila posti di lavoro in più. Cosa ne pensa di questo possibile intervento?

In un Paese come il nostro, caratterizzato da bassa produttività ed elevati tassi di lavoro nero, la riduzione del cuneo fiscale è una priorità, ma solo se realizzata attraverso interventi strutturali e collegata a significative innovazioni nel sistema di relazioni industriali e di lavoro. In caso contrario, sarebbe uno spreco di risorse pubbliche, come dimostra la vicenda della detassazione del salario di produttività che è stata concessa anche in assenza di innovazioni nell’organizzazione del lavoro e del funzionamento del sistema di relazioni industriali

 

Cosa ne pensa della richiesta di Marchionne di una legge sulla rappresentanza?

Che dire? Una legge sulla rappresentanza è un tema che ciclicamente torna ad appassionare gli addetti ai lavori e l’opinione pubblica. Io non credo, però, che la soluzione stia in una legge che rischia, alla lunga, di cristallizzare i rapporti tra datori di lavoro e sindacati. Non bisogna dimenticare che quello della Fiat è un caso unico nel panorama italiano, come conferma anche la storia di questi ultimi anni. Pensare di fare una legge avendo come riferimento il modello di fabbrica che c’è a Torino rischia di essere un grave errore di prospettiva. La maggior parte delle aziende italiane, infatti, ha caratteristiche dimensionali, e non solo, diverse da Mirafiori. Si bloccherebbero quindi le relazioni industriali dell’intero Paese. A questa possibile evoluzione penso sia meglio rispondere lasciando il campo aperto a libere relazioni industriali in cui gli attori si riconoscono e si legittimano a vicenda, senza la copertura di una legge dello Stato. Solo così ci potrebbe essere un salto di qualità e di maturità in tutti i soggetti coinvolti.

 

Fatto salvo il problema dell’autonomia delle Parti, come si può garantire e incentivare chi investe in Italia?