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Lavoro

PACCHETTO LAVORO/ Tiraboschi: rischiamo di far scappare gli investitori stranieri

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Questo è il vero nodo della questione. Pensiamo all’ultimo anno. In materia di lavoro abbiamo avuto due riforme: una targata Monti-Fornero e una targata Letta-Giovannini. Al di là dei nomi e dei singoli provvedimenti, chi investirebbe in un Paese nel quale non si sono ancora completati i decreti attuativi di una legge sul lavoro che già si mette in cantiere e se ne approva un’altra? A questo si aggiunge il “come” le norme vengono scritte: senza un raccordo tra un articolo e il successivo; con un tasso di tecnicismo tale che scoraggia i giuslavoristi, figuriamoci gli uomini di impresa. È la mancanza di una visione delle politiche del lavoro nel loro complesso il vero nervo scoperto del nostro Paese. Una riforma deve avere come prospettiva, almeno, lo spazio temporale di un investimento aziendale che si misura in anni, non in mesi. Fino a quando si vareranno interventi dal respiro corto, nessun investitore straniero verrà a scommettere in Italia. Anzi, sarà sempre più difficile trattenere quelli che già ci sono.

 

Il particolare momento di incertezza politica potrebbe anche portare alla caduta dell’esecutivo. Cosa teme per il futuro del lavoro?

Negli ultimi tre anni la guida politica non ha contribuito a rilanciare il mercato del lavoro posizionandosi su riforme sbagliate (come la legge Fornero) o solo annunciate (come il piano Letta per il lavoro che si riduce in pochi incentivi economici prevalentemente a sostegno di stage e tirocini formativi). Ancora il sistema di relazioni industriali non è entrato nel nuovo millennio abbandonando schemi e logiche del passato che condizionano e penalizzano il nostro mercato del lavoro. Qui la politica può davvero poco, specie se debole e poco rappresentativa come l’attuale. Serve semmai uno scatto di orgoglio delle parti sociali a cui spetta far transitare il mercato del lavoro italiano verso il futuro.

 

(Giuseppe Sabella)

 

In collaborazione con www.think-in.it

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