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Lavoro

RIFORMA PENSIONI/ Governo Letta, i nodi da sciogliere sono esodati, dipendenti pubblici e coefficienti

Il ministro Giovannini (InfoPhoto)Il ministro Giovannini (InfoPhoto)

È chiaro che se vado in pensione prima, il coefficiente di trasformazione è più basso; sono penalizzato. Non solo. Il coefficiente di trasformazione cambia con un ritmo abbastanza veloce, adesso ogni tre anni. E con l’ultimo decreto ministeriale si è abbassato notevolmente.

 

Può fare un esempio?

In base al decreto ministeriale 11.5.2012 a 57 anni il coefficiente di trasformazione è 4,304%, a 60 è 6,541% e a 65 è 5,435%. Come vede, cambia moltissimo. Sono variazioni percentuali a due cifre. Passare da 4,304% a 6,541% vuol dire quasi il 50% in più. Non solo.

 

Cos’altro?

Nel 1995, a 65 anni il coefficiente di trasformazione era 6,136%, nel 2013 è 5,435%. Significa che con un montante contributivo individuale di 500mila euro nel ’95 a 65 anni avevo una pensione superiore a 30mila euro, per la precisione di 30.680. Nel 2013 di 27.175. Se in più conta che questi coefficienti si determinano non solo in relazione agli andamenti demografici ma anche rispetto all’andamento effettivo del tasso di variazione del Pil rispetto all’andamento dei redditi soggetti a contribuzione previdenziale…

 

Cosa significa?

Significa che diminuendo i redditi soggetti a contribuzione previdenziale diminuiscono anche i coefficienti di trasformazione. Con un tasso di disoccupazione così alto come quello che abbiamo oggi, vuol dire che in prospettiva avremo un’ulteriore variazione peggiorativa dei coefficienti di trasformazione.

 

In sostanza, pensioni ancora più basse.

Non so fino a che punto i lavoratori aspirino ad andare in pensione tanto presto, visto che l’assegno sarà un bel po’ basso. Perché le cose migliorino è necessario che aumenti il reddito da sottoporre a contribuzione, cioè maggiori redditi da lavoro e un maggior numero di occupati.

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