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Lavoro

RIFORMA PENSIONI/ Governo Letta, i nodi da sciogliere sono esodati, dipendenti pubblici e coefficienti

Anche i sindacati dei pensionati hanno annunciato imminenti proteste nel caso in cui il governo non dia concrete risposte sulla riforma delle pensioni. Il commento di CARLO ALBERTO NICOLINI

Il ministro Giovannini (InfoPhoto)Il ministro Giovannini (InfoPhoto)

Nel già acceso dibattito sulla riforma delle pensioni, su cui il governo Letta sembra non riuscire andare oltre qualche flebile annuncio, si inseriscono anche gli stessi pensionati. I segretari generali di Spi-Cgil, Fnp-Cisl e Uilp-Uil hanno inviato di recente una lettera al premier per richiamare l’attenzione dell’esecutivo sulle “difficili condizioni di vita della popolazione anziana del nostro Paese, fortemente penalizzata negli ultimi anni dal blocco della rivalutazione delle pensioni, dall’aumento di tasse, imposte e tariffe e dai tagli al welfare e ai trasferimenti a Regioni e Comuni”. I pensionati, che in tutti questi anni “hanno sempre fatto la loro parte e contribuito in misura determinante alle manovre di risanamento dei conti pubblici”, oggi chiedono un segnale forte da parte del governo e del Parlamento, che restituisca loro “quella fiducia nelle istituzioni che purtroppo stanno perdendo”. Ma cosa sta facendo a tal proposito l’attuale esecutivo? Lo abbiamo chiesto a Carlo Alberto Nicolini, avvocato e docente di Diritto della lavoro presso l’Università di Macerata.


Il governo Letta aveva promesso di rimettere mano alla riforma delle pensioni. Misure correttive però non se ne sono viste. In più c’è il problema degli esodati. Non ci sono le condizioni per intervenire?

Quello degli esodati è un problema aperto, dal momento che non sappiamo ancora il numero esatto e la spesa effettiva. Prima di tutto va chiuso questo argomento. Fare una nuova riforma strutturale, che secondo me non si farà, prima di vedere com’è andato il regime transitorio mi pare un salto nel buio. Anche per un altro motivo.

Quale?

Se si fa una riforma la si fa per dare qualcosa di più ai pensionati. Ma la riforma è stata abbastanza severa. Bisogna trovare i soldi. Tuttavia ci sono priorità maggiori: penso al cuneo fiscale, all’Iva. Ho l’impressione che parlare in questo momento di pensioni e di rivedere la riforma Fornero sia un po’ campato in aria. Magari verrò smentito dai fatti, ma mi pare che in questo momento non abbiamo un governo, un parlamento e dei conti pubblici in grado di sostenere una riforma strutturale. Abbiamo dimenticato anche un altro aspetto.

Di che si tratta?

Di un altro aspetto transitorio che riguarda la spending review nella pubblica amministrazione. Era previsto un dimagrimento della PA con un taglio lineare del 10% dei dirigenti. Una prima tranche di questi - chiamiamoli - “licenziati” riguardava chi avrebbe maturato i requisiti pensionistici, i vecchi requisiti, nel 2014. Di questo non si sa più nulla. Mi pare che si stia andando molto a rilento per definire questi tagli. Questo è importante.

Perché è importante?

Il legislatore vede il pensionamento in due modi differenti. Dal punto di vista della spesa è sfavorevole per il settore privato, perché pensionare i dipendenti privati costa. È invece favorevole ad applicare il regime pensionistico anticipato ai lavoratori pubblici perché lì risparmia; costa meno infatti un pensionato di un lavoratore attivo. Anche questo - come quello degli esodati - è un problema aperto. Non sappiamo - a quanto mi consta - quanti siano gli uni e gli altri. E, di conseguenza, quanto costino. Sono due tronconi - quello degli esodati e quello dei lavoratori del pubblico impiego - strettamente connessi.

Senza trascurare che le pensioni del futuro saranno basse.

È un problema di cui nessuno parla. Tutta la nostra attenzione è rivolta a quale età andremo in pensione, mentre ci occupiamo poco dei coefficienti di trasformazione. Che sono il vero elemento devastante per chi vuole andare in pensione.

In che senso?