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IDEE/ Facciamo una legge per "accorciare" la disoccupazione

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Per queste situazioni c’è, potremmo chiederci, una legislazione sociale adeguata? È questa, in sintesi, la materia studiata nel volume curato da Treu. Un contributo importante per le politiche attive del lavoro. Ritroviamo, come adeguata comparazione, il confronto con analoghe esperienze europee, in particolare di Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Spagna. Queste comparazioni ci offrono materiale per dire che, se il licenziamento fosse accompagnato da programmi di ricollocamento costruiti intorno alle esigenze di ogni singolo lavoratore, il periodo di disoccupazione potrebbe essere notevolmente ridotto. Questo l’anello centrale.

Ed è in relazione a questo punto qualificante che, secondo Treu, l’Italia sconta una sorta di deficit culturale, un deficit che imprigiona le scelte in materia lavorativa in una logica di difesa passiva del posto di lavoro, a scapito, appunto, dello sviluppo dell’employability. Con la conseguenza di irrigidire, nel caso italiano, un mercato del lavoro che invece richiede dinamicità, flessibilità, reali pari opportunità, e quindi concreta equità, per la capacità di risposta alle sempre nuove richieste glocali. “È invece necessario sposare un sistema di politiche attive del lavoro che da un lato sgravino lo Stato da una funzione assistenzialista, costosa e inefficace, e dall’altro creino opportunità concrete di reinserimento”, conclude Treu.

Dalle politiche passive alle politiche attive. Oltre il vecchio assistenzialismo del nostro welfare. C’è materia per un concreto programma di governo, oltre i soliti slogan.

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