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RIFORMA PENSIONI/ Per il Governo Letta spunta la grana dei donatori di sangue

Che la disciplina Fornero vada modifica è ormai sotto gli occhi di chiunque. L’ipotesi di riforma è tra le rare iniziative che, in Parlamento, hanno trovato un consenso trasversale

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Che la riforma delle pensioni targata Fornero vada opportunamente modificata è ormai sotto gli occhi di chiunque. L’ipotesi di un cambiamento è tra le rare iniziative che, in Parlamento, hanno trovato un consenso trasversale. Tra i danni più vistosi creati dalla normativa, prodotta in fretta e furia per ingraziarci l’Europa, c’è stata indubbiamente la vicenda degli esodati. La nuova legge ha inasprito repentinamente e di parecchio l’età pensionabile, portandola a 66 anni. Peccato che non avesse contemplato l’esistenza di centinaia di migliaia di persone che avevano sottoscritto con la propria azienda un accordo di fuoriuscita anticipata di uno o due anni rispetto alla precedente età pensionabile, in cambio di un congruo indennizzo. Questi sono passati da una prospettiva di accedere al trattamento previdenziale nell’arco di pochi mesi, a trovarsi senza reddito da lavoro e pensione anche per 6 o 7 anni. Contestualmente, si è compreso che 66 anni, per molti, è troppo. Pur riconoscendo la necessità di una modifica al rialzo, si è capito che è più saggio introdurre una forma di flessibilità che consenta di andare in pensione tra i 62 i 70 anni in cambio di disincentivi o incentivi a seconda che si vada prima o dopo i 66.

Di recente, poi, è emersa una nuova controversia legata alla legge. E, questa volta è davvero il caso di dirlo, la riforma ha vampirizzato i pensionati. I donatori di sangue iscritti all’Avis che sono in procinto di concludere il proprio lavoro dovranno aspettare. La Fornero, infatti, ha cancellato i contributi previdenziali previsti per quei giorni in cui un cittadino si è assentato da lavoro per donare il sangue. L’allarme è stato lanciato dall’Avis di Cremona, che in Italia rappresenta il comune con più iscritti (6mila). Può sembrare poca cosa ma si pensi che è stato calcolato che chi dona il sangue a pieno regime, ovvero 4 volte all’anno, e ha iniziato a farlo da quando aveva 18 anni, dovrà recuperare 160 giornate di lavoro. Ovvero, dovrà restare a lavoro tra i 7 e i 9 mesi in più. In alternativa, dovrà accettare di subire una decurtazione del 2% del suo assegno. Come se non bastasse, è stato lanciato l’allarme circa la donazioni che, con ogni probabilità, diminuiranno. Di conseguenza, gli ospedali rischieranno di trovarsi con meno sacche di prezioso liquido, spesso indispensabile per salvare delle vite umane in casi di emergenza.

C’è da sperare che il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, e quello della Salute, Beatrice Lorenzin, intervengano al più presto. Tuttavia, se la norma dovesse essere interpretata in senso estensivo, c’è il rischio che vadano recuperate anche le giornate di permesso di cui hanno usufruito le donne per maternità, o quelli che gli studenti lavoratori hanno chiesto per sostenere gli esami.

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