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FIAT/ Alfa Romeo, Marchionne e sindacati aspettano la "firma" di Letta

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Lo stabilimento di Cassino, nell’ottica di uno sviluppo della produzione di Alfa, è quello che va totalmente rilanciato: attualmente si producono Lancia Delta, Giulietta e Bravo. Si tratta di 3.860 lavoratori, di cui 3.500 in cassa integrazione che lavorano meno della metà delle loro ore; tra gennaio e febbraio 2014 avranno lavorato non più di 10 giorni. Negli ultimi tre anni il volume della produzione si è dimezzato, passando da 130.000 a 65.000 auto.

L’investimento su Alfa Romeo dovrebbe rilanciare completamente questo sito produttivo. Ma quando si parla di investimenti, Marchionne dice sempre “mercato permettendo”, e non solo lui: anche gli stessi sindacati. C’è da dire che, dato che è in atto la negoziazione del nuovo contratto di gruppo, è chiaro che le parti sociali - per lo meno quelle che hanno firmato l’accordo precedente e che di conseguenza ne stanno discutendo il rinnovo - sono a conoscenza delle intenzioni di Fiat-Chrysler per quel che concerne la produzione 2014-2017 in Italia. Il contratto tuttavia sarà chiuso prima della presentazione del piano industriale.

Marchionne vuole però capire se avrà un sostegno dal governo in relazione agli investimenti che ha previsto, magari sottoforma di politiche per l’export, perché è chiaro che, se ci saranno investimenti, saranno per nuovi prodotti da lanciare sul mercato globale: ecco spiegata la sua prudenza. Dare per scontato che Fiat-Chrysler investirà 9 miliardi in Italia senza alcun tipo di intervento del governo a favore delle sue esportazioni è quantomeno avventato.

Nel 2011, dopo la firma dei contratti di Pomigliano e Mirafiori, gli incentivi per l’auto non sono stati rinnovati. Inutile prendersela con Marchionne perché dei 20 miliardi del piano Fabbrica Italia ne ha investiti solo un terzo, considerando anche la contrazione del mercato dell’auto in Italia e in Europa, sceso ai livelli degli anni ‘70. Tutti devono fare la loro parte, il sindacato ha fatto la sua e la sta facendo. Non dimentichiamo che degli oltre 80.000 lavoratori del gruppo Fiat, quelli iscritti al sindacato sono meno della metà e che la Fiom ne conta 5.500; e non dimentichiamo nemmeno che le condizioni del contratto Fiat derivate dal “modello Pomigliano” sono soddisfacenti anche per l’impresa. E allora di cosa parliamo quando, da quasi quattro anni, il problema di Marchionne sembra essere Landini e la Fiom?

Inutile ripetere invece quanto l’Italia abbia bisogno di politiche per lo sviluppo, non solo di Fiat, ma dell’industria e dell’impresa in generale, soprattutto nell’ottica di attrarre capitali esteri. Vediamo cosa sarà capace di fare Enrico Letta, che al momento fa orecchie da mercante. È ora di cominciare a ribaltare i ruoli: la politica impari ad ascoltare le imprese, il mercato e l’economia. Il mercante non è forse Marchionne?

 

In collaborazione con www.think-in.it

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