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Politiche attive, qualcosa si muove

Dopo la Lombardia, anche la Regione Lazio sembra intenzionata a dare vita a una gestione dei servizi al lavoro capace di aiutare chi ha perso il lavoro in modo efficace

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Qualche primo, timido segnale inizia a intravvedersi sul fronte delle politiche attive del lavoro in Italia (al di fuori della Lombardia, unica Regione finora a essersi mossa in questo campo). Nella Legge di stabilità per l’anno 2014 troviamo al comma 215 la creazione del “fondo per il reinserimento dei lavoratori con ammortizzatori in deroga”. In pratica viene istituito presso il ministero del Lavoro il Fondo per le politiche attive del lavoro con una dotazione di 15 milioni di euro per il 2014 e 20 milioni di euro, rispettivamente, per il 2015 e il 2016, con l’obiettivo di favorire i lavoratori che usufruiscono di ammortizzatori sociali in deroga e di coloro che, in stato di disoccupazione, siano immediatamente disponibili a un’occupazione. Certo, una briciola rispetto al miliardo di euro stanziato per le politiche passive, ma sappiamo che spesso le valanghe nascono da pochi fiocchi di neve che si staccano dalla massa. Auspichiamo sia questo il caso.

Ora il Ministero ha 90 giorni di tempo, a decorrere dal 1° gennaio 2014, per emanare un decreto di natura non regolamentare con cui stabilire le iniziative finanziabili, anche di natura sperimentale, volte a potenziare appunto le politiche attive. Rientra tra queste iniziative finanziabili anche il “contratto di ricollocazione”, lo strumento proposto da Pietro Ichino per avviare una sperimentazione di politica attiva del lavoro che provi a implementare in Italia quattro cose utilissime, già presenti nelle migliori pratiche europee di supporto ai lavoratori che perdono il lavoro: 1) una stretta cooperazione tra i Centri pubblici per l’impiego e le Agenzie per il lavoro private nell’assistenza intensiva ai disoccupati per ritrovare un’occupazione lavorativa; 2) la possibilità per questi ultimi di scegliere liberamente l’agenzia da cui farsi assistere, tra quelle accreditate; 3) il pagamento del servizio da parte della Regione prevalentemente a risultato avvenuto; 4) un controllo efficace circa la disponibilità effettiva del disoccupato a rientrare al lavoro, dalla quale, entro limiti ragionevoli, deve essere fatta rigorosamente dipendere l’indennità di disoccupazione.

Fortunatamente, come notavamo in principio, in Italia non partiamo da zero. C’è tutta l’esperienza della Dote Unica Lavoro di Regione Lombardia cui guardare a da cui attingere abbondanti contenuti. Ad esempio, circa la libertà di scelta del soggetto accreditato cui affidarsi da parte del disoccupato; o per quanto concerne il sistema di voucher con cui remunerare i servizi erogati dall’operatore privato, in parte a processo e in misura preponderante a risultato conseguito (cioè, l’inserimento lavorativo). Ancora, cosa si debba intendere realisticamente per risultato, vale a dire un’opportunità di lavoro subordinato di massimo sei mesi, ancorché non continuativi, comprendente anche il contratto di somministrazione.