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JOBS ACT/ Lo "sbianchetto" di Renzi sul capitale umano dei giovani

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

All’apprendistato è invece dedicato l’articolo più lungo del disegno di legge Alfano-Sacconi, che, anticipando il ragionamento sul rapporto sistema duale e diffusione dell’apprendistato svolto dai tecnici del Ministero nel loro monitoraggio, incoraggia fortemente il cosiddetto primo livello, ovvero l’apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale, che sarebbe permesso già dai 14 anni, con una sostanziosa riduzione del salario per via legislativa. Lo stesso disegno di legge si propone di semplificare l’apprendistato professionalizzante per quanto concerne la certificazione della formazione, tolta alle procedure pubbliche per essere affidata alle Parti sociali.

Si torna, quindi, a parlare di riforma dell’apprendistato, se non addirittura della sua abrogazione. Si tratterebbe dell’ennesimo intervento dell’ultimo triennio e, quindi, di nuova incertezza per operatori, imprese e lavoratori. Resta da chiedersi se i problemi dell’apprendistato, le ragioni del mancato decollo che l’hanno reso l’eterna promessa incompiuta del nostro diritto del lavoro, siano da ricercarsi innanzitutto nei meccanismi normativi. Questo è l’approccio tradizionale di ogni proposta di riforma: semplificare le regole, abbassare il costo del lavoro.

Certamente anche questi fattori incidono sula debolezza dell’istituto. Il vero problema pare però un altro: il valore che imprese e lavoratori assegnano alla formazione. Paradossalmente, per molti il limite del contratto di apprendistato è la sua caratteristica distintiva: la formazione professionalizzante appunto. È chiaro che se non si individua nel costante aggiornamento di conoscenze e competenze la prima arma della persona contro l’incertezza di un mercato del lavoro che sarà sempre più discontinuo e variabile, a nulla serve sacrificare una (piccola, in Italia!) parte dello stipendio per pagarla, questa formazione.

Se è maggiore il timore delle procedure di certificazione della formazione effettuata rispetto al miglioramento del cosiddetto capitale umano derivante da processi formativi correttamente strutturati e seriamente svolti, certamente meglio cercare di tornare al vecchio contratto di inserimento, ovvero una semplice forma di ingresso in impresa fiscalmente sostenuta, senza vicoli formativi.

Proprio questo pare essere il disegno contenuto nel Jobs Act di Renzi. Un giudizio più completo sarà possibile solo dopo la lettura del dettaglio della proposta del Pd. Certo in questo ambito pare essere un timido progetto al ribasso.

@EMassagli

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COMMENTI
27/01/2014 - Macché “jobs act” (Carlo Cerofolini)

Macché “jobs act”, possibile che si continui nel gioco degli equivoci e non si voglia (?) capire che se non c’è lavoro e che se le imprese chiudono, perché strangolate da tasse e burosaurocrazia , e non si dà maggiore possibilità di spesa ai cittadini, anche loro sempre più strangolati dalle tasse, e con la disoccupazione in aumento non si va da nessuna parte? Ma perché la Reaganomics e la curva di Laffer nessuno la vuole considerare e applicare?